05 aprile 2006

Un incubo pre-elettorale

Stanotte ho avuto un incubo. Il sogno si svolgeva evidentemente lunedì prossimo intorno alle due del pomeriggio. Tipico clima di trepidante attesa dopo le elezioni, quindi... si chiudono le urne, arrivano i risultati degli exit-poll. E tutti continuavano a ripetere che aveva vinto il centrodestra. Era tutto molto verosimile, stesse incertezze, stesse dichiarazioni in cui si diceva di voler aspettare i dati definitivi e tutti ancora che speravano in un errore che costringesse Emilio Fede a cambiare le bandierine azzurre con quelle rosse. Invece tutto sembrava tremendamente reale, sensazioni già provate, scene già tristemente vissute.

A proposito di bandierine una piccola parentesi: vi ricordate quando il solito Fede aveva invertito i tradizionali colori di repubblicani (rossi) e democratici (blu) nelle elezioni negli USA?

Sarebbe veramente un incubo: dopo il ventennio fascista ed il quarantennio democristiano anche il decennio berlusconiano. Vengono veramente i brividi a pensarci e non è rassicurante la prospettiva di scappare in Svizzera, cosa che peraltro ho già fatto.

Intanto dalle trasmissioni pre-elettorali si continua ad accapigliarsi sulla crescita, sul produrre sempre di più mentre potremmo felicemente decrescere, la questione della soglia dei milioni di euro al di sopra dei quali si deve togliere agli eredi di dieci straricchi un briciolo del loro patrimonio viene dibattuta fino allo sfinimento mentre nessuno parla delle migliaia di morti nella guerra, Della Valle sta diventando l'eroe della sinistra ma di scheletri nell'armadio ne ha molti, e non quelli che dice il Berlusca.

Lo ammetto, sto guardando troppa televisione, ma capitemi: la sera sono solo...

Ieri sera a Ballarò Fassino ha avuto anche un lampo di lucidità e ha detto che è inammissibile che un presidente del consiglio sappia basare il proprio rapporto con l'elettorato solo sulla questione delle tasse. Ma poi hanno continuato tutti a parlare di tasse, BOT e CCT tutta la sera.

E li stiamo ancora ad ascoltare. Siamo veramente un popolo di coglioni (speriamo).


La vignetta di Vauro

04 aprile 2006

Anche l'operaio vuole il figlio dottore...

Durante il confronto di ieri (ebbene sì, lo ammetto, l'ho guardato), a parte la promessa finale sull'ICI con l'espressione da piazzista, almeno altre due sparate del Berlusca sono degne di nota.

La prima quando ha descritto Prodi come un comunista che vorrebbe la redistribuzione del capitale, cosa che in effetti lo preoccupa. "La sinistra, e in particolare quella massimalista propone di rendere uguali il figlio del professionista e il figlio dell'operaio. Vuole togliere al ceto medio e dare alla classe operaia". La stessa cosa di cui si lamentava la contessa descritta da Paolo Pietrangeli: "Del resto, mia cara, di che si stupisce? anche l'operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente ne può venir fuori..." (scarica l'mp3 da un sito della "sinistra massimalista").

La seconda sparata è stata quando ci ha spiegato il vero perché della guerra in Iraq. Noi stiamo esportando la democrazia in quel paese così non avremmo più immigrati da quei paesi nel nostro "paese del benessere". Il metodo potrebbe funzionare: è risaputo che i morti non emigrano.

Il blog del Maso?

Come da pioneri si può diventare ritardatari. Quando il 12 febbraio 2001 ho scritto il primo post del mio "Diario per i naviganti" (un'invettiva contro i giornalisti che tentano di occuparsi di argomenti scientifici senza capirci niente), ancora i blog non erano così diffusi come adesso e avevo fatto tutto "a manina" nel mio sito.

Ora il blog ce l'hanno veramente tutti. Siamo sommersi da gente che muore dalla voglia di pubblicare il suo pensiero e di essere letta dal mondo. Quasi come se senza un blog uno non esistesse nemmeno.
Ma la tendenza era questa già anni fa. Come recitava fin dal 1999 il sottotitolo della mio primissimo sito... "sono on line? allora esisto!". E così ora esisto anche nella sterminata blogosfera, e mi affido alle meravigliose nuove tecnologie per avere un vero blog, dove si possono anche lasciare i commenti, ricercare negli articoli e tante altre belle cose.

Prometto anche di aggiornarlo un po' più spesso del diario degli ultimi tempi. Lo scrivo in un diario per i naviganti ma non è una promessa da marinaio. Almeno spero.

Intanto per non iniziare con un blog deserto ho riportato qui gli articoli dell'ultimo anno (che poi sono solo quattro, che scandalo!) a partire dalla ormai leggendaria (?) intervista a me stesso.

30 marzo 2006

Dite qualcosa che non sia di destra

Per fortuna tra una decina di giorni sarà finita la commedia della campagna elettorale, mai come stavolta noiosa, ripetitiva, provinciale e desolante. Ritorno a scrivere qualcosa sul diario e soprattutto a parlare di politica, argomento che avevo lasciato da parte proprio a causa di una sensazione di totale estraneità. Un'estraneità dalle posizioni di un'intera classe politica, ma direi addirittura di un intero modo di pensare dominante, che si manifesta con un disaccordo non solo con le risposte (e questo sarebbe ancora normale) ma con le domande. Come in uno dei tanti test on line che ti dovrebbero svelare il partito per cui dovresti votare, in base alle tue risposte su alcuni "temi caldi". Io ho provato e al 90% delle domande mi trovavo a rispondere "Assolutamente no... non sono minimamente d'accordo". Alla fine questo sondaggio per approssimazione mi ha svelato la mia essenza di diessino (ne ho sofferto moltissimo) seppure con anche una netta affermazione della cosiddetta "sinistra radicale" (da non confondersi con i radicali veri che, ahimé, fanno anche quelli parte dell'allegra compagine di centrosinistra).
Risultati test elezioni
I miei risultati nel test

In preda ai postumi di questa triste scoperta ho cercato di elaborare una mia linea politica che mettesse da parte la mia nota fama di sovversivo ed estremista (ma quando mai?) e si attenesse alla definizione data dal maledetto test: vediamo come si pone rispetto ai vari temi (tanto sono le solite poche domande che ritornano fino alla nausea) uno che si possa definire democratico e di sinisitra. Non comunista, anarchico, insurrezionalista, militante dei centri civici... ehmmm... volevo dire sociali... un moderato che accetta (magari con un pizzico di critica) i meccanismi della democrazia parlamentare, non vuole fare la rivoluzione, non vuole mettere una bomba in parlamento, non vuole picchiare Borghezio (anche se è moderatamente contento che sia stato pestato). Proverò quindi ad elaborare una serie di risposte moderate, democratiche e di sinistra, lasciando un momento da parte il problema del cuneo fiscale di cui ammetto candidamente di non capire niente e che mi fa venire in mente una tavoletta utilizzata da un esattore delle tasse sumero.

Scrittura cuneiforme
Il cuneo fiscale

Le grandi opere: La domanda insidiosa per il centrosinistra del giornalistone di turno recita come segue: "In Italia ogni volta che si deve costruire qualcosa, dal gassificatore alla TAV in Val di Susa al Ponte sullo Stretto ci sarà sempre qualcuno che protesterà perché non vuole la grande opera in casa sua. Che si fa allora, non si fa niente?". Nella realtà il Fassino di turno si affretta a spiegare che comunque la sua coalizione tutte queste grandi opere le farà tutte solo che, certo, bisogna prima mettersi d'accordo con le comunità locali, con la popolazione e... convincerli a non opporsi. Ecco come invece risponderebbe il mio democratico di sinistra moderato che, essendo appunto moderato, eviterà argomenti del tipo "Le nostri valli sono distrutte e le nostre vite sono sacrificate in nome della Merce e del Capitale da un potere corrotto al quale dei cittadini, ridotti ormai a sudditi, non può fregare di meno.". Il mio eroe diessino risponderà più moderatamente che per tutte le opere, grandi e piccole, bisogna fare un rapporto costo / benifici: si scoprirebbe così che nel caso delle opere cosiddette "grandi" a fronte di benefici tutto sommato modesti per la comunità, i costi in termini ambientali e di qualità della vita per chi abita nella zona interessata dalla grande opera sarebbero enormi. Dal calcolo dei benefici per la comunità naturalmente andrebbero esclusi i benefici di cui godrebbero le aziende del ministro Lunardi e le altre società, tra cui i maliziosi additano anche alcune cooperative legate a uno dei principali partiti della coalizione di opposizione, ma magari sono voci, dice il nostro moderato. Nel caso della Val di Susa la costruzione della TAV comporterebbe, anche ammettendo che il rischio dell'amianto sia trascurabile (cosa che non è stata affatto dimostrata), venti anni di circolazione di camion e mezzi pesanti in barba a tutti i millantati propositi di trasferire il trasporto merci su rotaia che i sostenitori della TAV vorrebbero far credere di sostenere. In una valle strettissima che negli ultimi vent'anni ha visto anche la costruzione di un'autostrada questo potrebbe volere dire per una persona passare dal primo giorno di lavoro alla pensione con i lavori in corso permanenti. Tutto questo per accorciare magari di 30 minuti il tempo di percorrenza, come succederà tra Firenze e Bologna. Sarebbe invece opportuno, continuerebbe il moderato, portare avanti delle "piccole opere" in cui il rapporto tra costi e benefici è rovesciato, perché non ha senso fare il ponte sullo stretto quando i treni per arrivare in Calabria accumulano ritardi di decine di ore, quando lo stato delle ferrovie regionali e locali, utilizzate quotidianamente dai pendolari, è disastroso, quando nelle grandi città non si fa niente per favorire il trasporto pubblico e finisce così che in mezz'ora arrivi da Bologna a Firenze e poi ti ci vuole un'ora per arrivare a Campi (per non parlare dell'Impruneta). Riprendendo l'infelice espressione "Fatelo dovunque ma non nel mio giardino", messa in bocca a chiunque si oppone a qualunque opera già decisa per superiori interessi nazionali, si potrebbe invece osservare che il pianeta è fatto da tanti giardini e che se ognuno curasse il suo ed evitasse gli scempi in casa propria avremmo forse un mondo migliore, dove sarebbe piacevole viaggiare di giardino in giardino.

Dove saranno?
Dove saranno?

Coda alle poste
La lotteria allle poste per avere il permesso di soggiorno

L'immigrazione ed il problema della "sicurezza" A questa domanda il moderato democratico e di sinistra, continuo a illudermi che potrebbe esistere, prima di ogni considerazione sui bisogni delle aziende e su quanto gli immigrati servano per l'economia perché fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare (questa era l'impostazione del solito Fassino), si ricorderebbe di essere democratico, di sinistra, e perfino un essere umano: sposterebbe quindi la questione sul piano puramente umano.
Ricorderebbe intanto che gli immigrati in Italia non è che ci vengono per fare dispetto a Calderoli (che sarebbe comunque una causa nobile) ma perché spinti da miseria, guerre, fame che noi stessi con il nostro modello di vita che sfrutta in ogni modo i paesi più poveri abbiamo contribuito a creare. Ricorderebbe poi che fino a cinquant'anni fa erano gli italiani ad emigrare, esattamente per gli stessi motivi, e questo fatto dovrebbe spingere tutti ad immedesimarsi in questa gente e a riflettere su quanti privilegi abbiamo ad essere nati in questa parte del mondo piuttosto che a pochi chilometri di distanza. Soprattutto alcune persone anziane che hanno vissuto quei periodi potrebbero evitare di pronunciare frasi razziste sugli autobus, lamentandosi con gli altri passeggeri che danno loro man forte. Ma forse questo lo penserebbe e basta, e non si metterebbe neanche a spiegare che quella degli zingari che rubano i bambini è una leggenda, perché comunque è un moderato ed avrebbe paura di perdere un po' di voti.
Ma già con quell'inizio mi sarei ritenuto soddisfatto. Avrebbe poi detto che la Bossi-Fini è una legge assurda come il famoso Comma 22 perché prevede che per avere un lavoro bisogna avere il permesso di soggiorno ma per avere il permesso di soggiorno bisogna avere un lavoro. Il fine di questa legge, quindi, è di favorire la clandestinità in modo che le imprese possano disporre di una grande quantità di manodopera sottopagata, in nero, ricattabile (ti denuncio e vieni buttato fuori) e senza nessuna garanzia per il lavoratore immigrato. Con qualche minima nozione di diritto e di diritti individuali avrebbe facilmente concluso che i cosiddetti Centri di Permanenza Temporanea sono illegali, e lo sarebbero anche se le condizioni al loro interno non fossero tremende come invece sono e anche se la polizia tenesse a posto i manganelli. Questo perché non è possibile privare della libertà una persona che non ha commesso nessun reato (quello di esistere non può essere considerato reato) e comunque anche in caso di reato la custodia cautelare si applica quando c'è la possibilità di reiterazione (a questo punto Fini sbotterà che l'immigrato clandestino il reato di esistere lo continua a reiterare in continuazione, nonostante i tentativi della polizia di farlo desistere dall'esistere, ma la forbita eloquenza del mio eroe riuscirebbe a mostrare ai telespettatori che quel signore distinto è in realtà un manganellatore fascista). Notiamo che il nostro eroe moderato non ha invocato la rivolta nelle carceri o la rivoluzione internazionalista, e potrebbe facilmente spedire al mittente tutte le accuse di radical-anarco-insurrezionalismo, dicendo una cosa estremamente moderata cioè che in caso che l'immigrato commetta un reato, sarà trattato esattamente come i cittadini italiani cioè avrà un processo, un'eventuale condanna ed una pena. Tra le possibili pene non dovrebbe però essere contemplata quella capitale, realizzata rispedendo il clandestino in Libia dove viene caricato su dei camion diretti al sud e poi lasciato morire di sete nel deserto, come previsto dai famosi accordi bilaterali che tutti si preoccupano di rivendicare.

Copia di fatto?

Le coppie di fatto Il mio eroe non si farebbe mettere in imbarazzo da questa domanda, anzi, prima preciserebbe che il signor Zapatero (e pronuncerebbe il nome correttamente, /θapa'teɾo/, con grande soddisfazione del pubblico degli studenti che hanno fatto l'Erasmus a Barcellona) non è un diablo anarquista ma un moderato social democratico che ha solo fatto una legge che ci si apsetterebbe in ogni stato civile e laico. A questo punto non si affannerebbe a ricordare che le coppie di fatto sono per l'80% eterosessuali, perché, dato che evidentemente è meglio essere frocio che fascista (molto meglio), considererebbe l'orientamento sessuale delle persone completamente ininfluente sul piano dei diritti, come d'altra parte è scritto nella Costituzione, nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e in migliaia di altri fogli che contengono dei buoni principi mai applicati.
Farebbe quindi notare che la religione con questa questione c'entra come il culo con le quarant'ore visto che gli omosessuali mica chiedono di sposarsi in chiesa... si tratterebbe invece di garantire un minimo di diritti a molti cittadini. Smascherando la retorica patriottica, avrebbe citato la triste storia della compagna di una delle vittime di Nassiriya (Stefano Rolla, l'unico civile, un regista) alla quale è stato malamente impedito di prendere parte alle commemorazioni ufficiali in quanto non era la moglie "regolare" (e forse perché il compagno non era un militare).

La guerra e la politica estera Alla domanda sull'Iraq, che non è neanche tanto immancabile visto che molte volte i giornalisti si dimenticano che siamo in guerra da tre anni, il mio eroe moderato eviterebbe di vantarsi dei 7000 soldati che il governo della sua parte, cinque anni fa, ha mandato in giro per il mondo e a bombardare la Serbia, eviterebbe di sottolineare i "progressi democratici" in Iraq, un paese in cui ogni giorno muoiono decine di persone (sono più di 30000 le vittime civili secondo Iraq Body Count), dove i militari americani si comportano come i nazisti organizzando rappresaglie contro intere famiglie, dove sono state usate armi di distruzione di massa, non quelle di Saddam che nessuno ha mai trovato ma quelle utilizzate a Fallujah. In questo contesto, direbbe il mio moderato senza paura di essere smentito, dare una qualche importanza alle elezioni o al governo fantoccio iracheno che non ha nessun controllo di un territorio dilaniato da una guerra ben lontana dalla conclusione, non ha alcun senso. La democrazia viene dopo, prima bisogna garantire la pace: in Italia nel 1944 si pensava ad organizzare le elezioni? si chiederebbe retoricamente il nostro eroe.
Se fosse poi solo per un attimo giusto un po' meno moderato troverebbe anche il tempo di dire che non basta che una guerra abbia l'approvazione dell'ONU per essere legittima, e che una guerra d'aggressione è sempre e comunque da condannare, come è scritto nella Costituzione e non nel Libretto Rosso di Mao accanto alla ricetta per bollire i bambini al fine di produrre fertilizzanti.

Vittoria dei nostri alleati americani a Fallujah
Il progresso democratico dell'Iraq: la vittoria dei nostri alleati americani a Fallujah

Ma vedo bene che in Italia di un politico del genere non esiste neanche l'ombra e, qualora provasse a presentarsi, sarebbe bollato come extraparlamentare terrorista anarchico insurrezionalista brigatista, mentre, ci tengo a sottolinearlo, il poveretto è un moderato di sinistra e democratico. Invece assistiamo a salotti televisivi in cui Fassino e Fini concordano amichevolmente su molte cose, anche se certo permangono delle differenze, ma - e in questo bisogna dare ragione alla vecchia volpe neofascista - assolutamente irrilevanti rispetto alle differenze tra il centro del centro sinistra (che io chiamerei piuttosto un centrodestra moderato, capeggiato dal democratico di destra Fassino) e la sinistra radicale (della quale il mio ipotetico politico moderato di sinistra è probabilmente molto più estremista).

E in tutto questo ho volutamente tralasciato le posizioni ultraclericali di una parte della Margherita e le posizioni ultraliberiste della Bonino & Co. Davvero solo la minaccia di un altro quinquennio di berlusconismo può rimanere una debole ragione per recarsi l'8 aprile a mettere una crocettina e avvallare quello che le segreterie di partito hanno deciso, grazie a questa porcata di legge elettorale, come l'ha definita il suo stesso ideatore. Una legge grazie alla quale neanche si può scegliere con una preferenza di dare il voto a qualcuno che assomigli solo vagamente al moderato di sinistra e democratico che ho fin qui tratteggiato.

Siamo messi male, anzi malissimo. Però non siate preoccupati, più in basso di così c'è solo da scavare. E un consiglio: spegnete la televisione, così vi resterà più facile recarvi alle urne.

01 dicembre 2005

Pensieri di un camionista rumeno al ritorno dal CERN

Tutto quello che segue è una libera rielaborazione, in linea di massima abbastanza fedele, di una chiacchierata con il suddetto giovane camionista, che ha portato un carico di Power Supply Unit da Torino al sito del CERN di Prévessin. Naturalmente mi scuseranno gli amici torinesi così maltrattati, d'altra parte non sono pensieri miei... Camion

... che poi ti dicono, non è mica male la vita del camionista, in confronto a tante altre, in fondo giri per il mondo vedi tanti posti poi stai lì nella cabina di guida e domini la strada, dall'alto ed è anche divertente guidare questi bestioni, sono Mercedes... ja, MerZedes, roba tetesca, mica FIAT, mica Iveco, capito? questi tedeschi quando vado a portare un carico in Germania o in Svizzera a volte cercano di parlarmi in inglese ma io glielo dico, guarda, è già tanto che so l'italiano... ormai ci vivo da dieci anni a Torino, parlo pure un po' di dialetto, ma coglioni come i torinesi proprio non se ne trovano, è che hanno sempre una fretta, una fretta... quando sono andato a Capua, ma anche in Lombardia o in Veneto, appena arrivi ti fanno "beh ci pigliamo nu bello caffé e poi scarichiamo" invece i torinesi, loro no, devono sempre fare in fretta, in fretta e tanto poi a fare tutto sempre di corsa il lavoro viene male, ma che ci vuoi fare sono coglioni, sun piemunteis... dev'essere l'acqua del Po che gli dà alla testa... fai conto che a Firenze, ora dico una coglionata, sono specializzati a fare i sedili delle macchine, ecco, ora c'è la crisi dell'auto faranno qualcos'altro, faranno vasche da bagno, armadi, frigoriferi, letti... no a Torino solo le macchine sanno fare... c'è gente che è stata alla FIAT trent'anni e per trent'anni è stata lì a montare la ruota di scorta, ci pensi, per trent'anni non ha fatto altro che montare la ruota di scorta, e poi non sa piantare un chiodo e se ha bisogno di fare qualcosa in casa deve chiamare per forza qualcuno che lo sappia fare... poi i miei amici me lo dicono sempre, ma vieni via, vieni a Firenze, vieni in Toscana, lo sai che vicino a Arezzo c'è un paese dove, su 100, 90 sono rumeni e 10 sono italiani? e tutti hanno trovato da fare... sì ma come fai, non puoi mica lasciare il lavoro da un giorno all'altro e allora avanti e indietro, su questo camion, Mercedes, sehr gut Mercedes, quando glielo dico i tedeschi sorridono sempre, comunque qualche parola in inglese gliela so dire, tipo "where is the forklift?", quando arriverà questo cazzo di muletto, ma dove lo vanno a prendere, a Brescia?
Alle undici e un quarto ci sono arrivato, lì al CERN, solo quattro ore e mezzo da Torino, passando il tunnel del Bianco... il giorno prima ero arrivato a casa la sera e non ho neanche visto mia moglie che aveva il turno di notte, guarda te, lei a fare l'infermiera di notte mentre io ero via tutto il giorno, e speriamo almeno stasera di arrivare a casa prima di cena, che lei alle otto deve andare a lavorare e anche noi siamo camionisti ma siamo persone, mica animali, e ci piace la sera tornare a casa e farsi una doccia e cenare e fare l'amore e dormire in un letto vero, sì perché in questo camion ci si può anche dormire... il capo mica ti può pagare l'albergo, ma non è mica vita questa, c'è gente che sta anche venti giorni su trenta via di casa, sempre in giro, sì poi è vero pagano anche bene ma insomma a me la sera piace tornare a casa: andare a Vicenza ad Alessandria, anche Milano... ma poi la sera tornare a casa. Che poi sembra facile, no? ti dicono, che ci vuole a fare il camionista, prendi e vai... ma vorrei vedere loro a fare il Monviso quando nevica, oppure quando ti danno il nome di una via che magari è lunga da qui a lì, dico la via, non il nome, anche se certe vie tedesche hanno il nome che è più lungo della strada, tipo Burgermeister-Keller-Strasse 26, Monaco di Baviera: non lo sai mica dov'è allora chiedi una, due, venti volte alla fine la trovi, ma poi in che lingua glielo chiedi? mica posso sapere il francese e poi il tedesco e poi l'inglese e lo sloveno e il croato e lo spagnolo e l'ungherese... ma sono un camionista rumeno non sono mica Riccardo Venturi... (va bene, d'accordo, forse questo non l'ha pensato, ma lasciate qualche libertà al narratore).
Insomma il capo mi fa, appena tornato dalla Germania, guarda, domani devi ripartire perchè questo carico dall'Istituto di Fisica deve arrivare assolutamente al CERN prima dell'una. Eh... che ci vuole, ci sono arrivato alle undici e un quarto, più preciso di un orologio svizzero, anzi in largo anticipo infatti mi hanno fatto aspettare fino alle due prima di scaricare, perchè il muletto sulla neve scivolava e io glielo avevo detto, guarda non ce la fai con il muletto qui sulla neve e loro, no, no, tranquillo, e infatti non c'è riuscito e siamo dovuti andare dove non c'era la neve... poi il tedesco mi dice, ma sì anche se arrivavano domani era uguale, ma allora... che poi non ho mica capito cos'era questa roba che trasportavo, mi hanno detto che costava un milione di euro ma non so mica se è vero... io gli ho anche risposto, scherzando, ah allora la rubo, ma tanto chi la vuole, serve solo lì, al massimo la rivendevo come ferro vecchio magari ci prendevo cento euro, non era neanche tanto pesante, solo 2000 chili, infatti si andava benissimo, anche in salita... che poi mi hanno detto che là sotto, robe da pazzi, c'è una caverna enorme di 27 km che poi mi hanno spiegato meglio, che non è una caverna tutta vuota di 27 km che se no eravamo già sprofondati tutti, no, è solo un tunnel, ma insomma... cento metri là sotto, ma poi chi lo sa cosa c'è in realtà sottoterra, non lo sa mica nessuno, anche a Torino ogni tanto scoprono una galleria segreta nuova, che non so quale re aveva sbucherellato tutta la città, dice che ce n'è una che arriva fino alla chiesa quella in alto... non voglio dire una coglionata ma saranno dieci chilometri, è quasi come quello di Ginevra, poi anche dentro un ponte sul Po, non hanno trovato una galleria? poi mi hano detto che questi aggeggi che trasportavo, tutti imballati nel polistirolo, servono per l'alimentazione elettrica, per la corrente, di non so bene che cosa, e, pensa, magari c'è qualcuno che deve passare dei mesi lì in ufficio davanti al computer a cliccare su un bottoncino, accenditi, spegniti, mah... non so, io anche quando vedo le segretarie da noi alla ditta, sempre lì chiuse in ufficio... non fa per me, no, no... in fondo hanno ragione: non è poi male la vita del camionista!

17 novembre 2005

Musica di liberazione americana

Vista la scandalosa latitanza di un nuovo diario dei naviganti (sarà una crisi di ispirazione molto grave?) vi presento qui una piccola introduzione / recensione / delirio che ho scritto per il brano Not In Our Name di Charlie Haden and Liberation Music Orchestra, nel sito delle Canzoni contro la guerra. Liberissimi di non leggerlo... d'altra parte era difficile produrre qualcosa all'altezza dell'intervista a me stesso.... ehmm... scherzo.

Questo sito di canzoni contro la guerra deve fare i conti con due tipi di difficoltà intrinseche nel nostro lavoro di archivisti, catalogatori e commentatori di lavori di altri.
La prima difficoltà e contraddizione dovrebbe essere posta come avvertimento in cima ad ogni pagina deduicata ad ogni canzone e sottolineata cento volte e, se non lo facciamo, è solo perché è banalmente evidente. Nel sito raccogliamo i testi delle canzoni, offriamo quindi una presentazione inevitabilmente parziale di ciò di cui ci sforziamo di parlare. Detto brutalmente, la canzone sul sito si può leggere ma non si può ascoltare! Certo, cerchiamo in ogni modo di fornire i link alle registrazioni disponibili sul web (e dobbiamo ringraziare Alessandro ancora una volta per il suo lavoro di ricerca di mp3) ma spesso questo è impossibile e si scontra con le più o meno giuste leggi sul copyright.

Bob Dylan by Daniel Kramer Ricordo che al liceo ho fatto un tema su Bob Dylan. Era una delle tante volte che era venuto fuori la proposta, o forse solo la voce infondata, della possibilità di assegnare al più grande songwriter americano il Premio Nobel per la Letteratura. Mi pare che allora, con entusiasmo giovanile, avessi appoggiato con passione questa proposta, con discorsi fin troppo facili sull'assurdità di una divisione tra una poesia e una cultura di serie A ed una considerata di serie B solo perché legata al consumo di massa e perché si serviva di voce, armonica e chitarra invece che di una penna e un foglio. Cercavo anche di vedere in un eventuale nobel per Dylan (del quale all'epoca conoscevo giusto quella quindicina di canzoni più famose, pur essendo probabilmente nella mia classe il più preparato sull'argomento...) anche un dovuto riconoscimento a tutti i vari cantautori e cantanti di musica più o meno leggera con qualcosa da dire e che sarebbero stati contenti di vedere premiato il loro illustre collega. Mi ero spinto addirittura in improbabili paralleli con la poesia classica, che, a quanto ci dicono, era cantata e non solo recitata ed era insomma a tutti gli effetti "canzone".

Circa dieci anni dopo, non riscriverei mai un tema così. Scriverei semmai che, se proprio al signor Dylan vogliono dare un riconoscimento, che si inventino il premio nobel per la canzone, se no sarebbe un po' come dare il premio nobel per la medicina ad un fisico. Perché una canzone è qualcosa di completamente diverso da una poesia. Ha quell'elemento in più, che spesso nel caso dei cantautori, viene trascurato o liquidato facilmente come un supporto accessorio: la melodia, il ritmo che impone la metrica. La musica di una canzone dà respiro, espressività, costruisce un nuovo significato, dà nuovo spazio alle parole. "Un vecchio e un bambino si preser per mano / e andarono insieme incontro alla sera", letta così, un po' cantilenante, può sembrare una filastrocchina da bambini, come dice anche il suo autore in un'intervista, è la melodia che dà quel respiro in più che la fa elevare da poesia mediocre a bella canzone. Altra differenza non da poco, la musica rende possibile e piacevole la ripetizione dell'ascolto di una canzone molte volte di più di quanto si possa leggere e rileggere una poesia e abbiamo il vantaggio di poterla ascoltare direttamente dalla voce del suo autore. Leggerne il testo ci dà un'idea molto parziale della canzone, è come leggere una sceneggiatura di un film di quelli con molti effetti speciali...

La seconda delle difficoltà insite nella natura di questo sito è la barriera linguistica. Abbiamo sempre cercato, durante la raccolta delle canzoni, di dare spazio a voci da tutte le parti del mondo, per sottolineare il carattere internazionale dell'opposizione alla guerra, un rifiuto che per fortuna si ritrova tra persone di tutte le nazioni e di tutte le culture. Il lavoro delle traduzioni, spesso fatte in "esclusiva" per il sito grazie soprattutto alla competenza e alla passione di Riccardo, ha permesso di abbattere la barriera e di far conoscere così a molti le parole di canzoni che altrimenti non avrebbero mai capito. Stiamo provando, insomma, ad affrontare la seconda difficoltà, ma, credetemi, è un lavoro enorme!

Nel caso dei pezzi strumentali, come questo che sto qui presentando prendendola scandalosamente alla larga, se la prima difficoltà rimane ancora valida, la seconda sparisce come per incanto. Il linguaggio della musica è universale, supera le barriere linguistiche e culturali, e arriva dritto al cuore di chi sa ascoltare. Certo, anche questo non è del tutto vero, anche la musica risponde a dei canoni che derivano dalla cultura ed è difficile apprezzare la musica di paesi con culture che non ci sono familiari. Un'azzeccatissima battuta di Daniele Sepe sulla cosiddetta "musica araba" ne è un esempio, a noi ci sembra tutta uguale anche quando non lo è: "musica araba" non vuol dire niente, è come se uno a Tunisi sente un pezzo di Zucchero e dice "mi ricorda un po' Mozart"...
Diciamo allora che i confini entro i quali possiamo comunicare con la musica sono molto più ampi e facilmente varcabili di quelli delimitati dalla lingua, e, a pensarci, ha dell'incredibile che il nostro orecchio e il nostro cervello siano fatti in modo da tradurre in emozioni delle onde sonore e che la nostra sensibilità funzioni "in scala logaritmica". La musica è il modo migliore di apprezzare intuitivamente, attraverso l'arte, una proporzione matematica. Non l'ho detto io, e non so se chi l'ha detto l'ha detto proprio così, comunque è un fatto affascinante.

La copertina dell'album
La copertina dell'album

Tutta questa lunga introduzione servirebbe in realtà a presentare questo pezzo di Charlie Haden con la Liberation Music Orchestra. Contrabbassista jazz divenuto famoso per la collaborazione con Ornette Coleman, Haden ha costituito nel 1968 quest'ensemble che rappresenta un'esperienza più o meno unica nella musica jazz, un genere che raramente, sia pure con notevoli eccezioni, è stato coniugato esplicitamente a istanze politiche e di impegno civile. Attraverso questo collettivo di free jazz nel quale è sempre stato fondamentale l'apporto degli arrangiamenti della pianista Carla Bley, Haden si è avventurato su terreni ben poco battuti della musica jazz. Il primo album della Liberation Music Orchestra era interamente dedicato alla guerra di Spagna e conteneva superbi arrangiamenti di brani classici del repertorio dei repubblicani, come El Quinto Regimiento, accanto a riproposizioni di pezzi fondamentali nella storia americana come We Shall Overcome.

L'album del 2005, intitolato Not In Our Name, si rifà direttamente a quelle istanze, come è simboleggiato dallo striscione originale del '68 di nuovo immortalato in coertina. Il titolo riprende il motto del nuovo movimento pacifista americano, per ricordarci ancora una volta che esiste un'altra America, che non appoggia la guerra permanente e preventiva del presidente, che riconosce nei problemi di oggi le stesse questioni che nel 1968 riguardavano il Vietnam.
Haden lo spiega chiaramente nelle note del disco:

"We were hoping sanity and justice would prevail. They lost out to greed, cruelty and injustice. The machine won the election again by hook and by crook; the way it won in 2000

We want the world to know, howewer, that the devastation that this administration is wreaking is not in our name. It's not in the name of many people in this country.

This co brings Carla and me together full circle-thirty six years after we made the First Liberation Music Orchestra Recording in 1968 when the Vietnam War was raging. The issues remain, and our opposition to the inhumane treatment of this universe remain.

[...]

So now, although we lost the election, we have not lost the commitment to reclaim our country in the name of humanity and decency.

Don't give up -- the struggle continues!

Charlie Haden and Ruth Cameron"
L'album si snoda in otto brani freschi e orecchiabili anche al primo ascolto, evitando le strade del jazz più difficile e sperimentale, rimanendo nella tradizione delle big band ma contemporaneamente risulta innovativo, moderno ed interessante. Ma che non è un album di jazz "puro" si capisce subito dall'apertura, con un arpeggio di chitarra. La title track è seguita da una versione strumentale reggaeggiante e trascinante di "This is not America", scritta da Path Metheny e originariamente cantata da David Bowie. È stata scelta per il titolo, naturalmente: questa non è l'America, quello che "esporta democrazia" con le armi chimiche non è il paese che vogliamo, e alla fine spunta beffarda anche una citazione di "The Battle Hymn of the Republic"...

Tra gli altri brani, un medley intitolato "America The Beautiful" in cui la canzone patriottica viene ripresa probabilmente per rispondere alle accuse di "antipatriottismo" regolarmente riservate ai pacifisti statunitensi, questo invece è un disco completamente e orgoglisoamente americano.
Si rimane nella tradizione con Amazing Grace, per finire con una adagio per archi di sapore quasi classico.

Un gran disco, che consiglio vivamente, che riesce a presentare l'altra faccia degli Stati Uniti d'America e ci porta un pizzico di speranza... grazie Charlie!