14 febbraio 2016

Stanze cinesi e intelligenze artificiali


Advertising signs that con you
Into thinking you're the one
That can do what's never been done
That can win what's never been won
Meantime life outside goes on...

It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding) 


In un recente spot della IBM, niente meno che Bob Dylan dialoga con il nuovo sistema di intelligenza artificiale Watson, che gli dice che dopo aver letto i testi di tutte le sue canzoni (all'invidiabile velocità di 800 milioni di pagine al secondo) ha concluso che i temi principali della poetica di Dylan sono che il tempo passa e l'amore svanisce. Bob risponde che gli "sembra più o meno giusto", rilasciando con queste parole il più lungo commento personale alla sua opera dai tempi delle note di copertina di The Freewheelin'.

Ora per quanto questi nuovi sistemi informatici capaci di interagire (limitatamente) in linguaggio naturale possano essere interessanti e divertenti, è chiaro che non si tratta di vera intelligenza artificiale, e  non possono essere considerati sistemi intelligenti nel senso che normalmente diamo a questa parola, e ancor meno coscienti.

La domanda se una macchina potrà mai pensare è stata posta quando le possibilità di costruire una macchina in grado di apparire anche vagamente intelligente erano assolutamente remote. Nel 1950 in un celebre articolo, il grande Alan Turing rispondeva semplicemente che la domanda era mal posta e troppo soggetta ad interpretazioni contrastanti, e proponeva invece un semplice test (il famoso gioco dell'imitazione che è diventato anche il titolo di un recente film di successo) che una macchina dovrebbe superare per essere considerata intelligente. Il test in pratica prevede un interlocutore umano  che dialoga attraverso un terminale (una telescrivente si diceva allora) con un umano e con un computer opportunamente programmato per imitare il comportamento umano, e debba cercare di indovinare chi dei due sia il computer. Se in media l'interrogante individua correttamente la macchina con la stessa percentuale in cui distingue in un analogo gioco quale dei due interlocutori sia un uomo che imita una donna e quale veramente una donna, si potrà dire che la macchina ha superato il test. Turing si preoccupava anche di prevenire e rispondere alle obiezioni, comprese quelle più improbabili fondati sull'esistenza della percezione extrasensoriale (telepatia...).

L'articolo presenta infatti una lunga lista di cose che secondo molte persone una macchina non potrà mai riuscire a fare. Ecco alcuni esempi: essere gentile, avere iniziativa, avere il senso dell'umorismo, distinguere il bene dal male, commettere errori, innamorarsi, gustare le fragole con la panna, fare innamorare qualcuno, essere l'oggetto dei propri pensieri, fare qualcosa di realmente nuovo. L'obiezione più interessante è quella dell'essere oggetto dei propri pensieri, cioè di avere una vera e propria coscienza di se stessi. Di solito ci si riferisce alle due posizioni filosofiche sulla intelligenza artificiale come forte e debole. Chi sostiene l'IA debole pensa che sarà prima o poi possibile programmare macchine che siano pari o anche superiori all'uomo nel risolvere problemi particolari normalmente difficili per le macchine, come giocare a scacchi (già fatto...), riconoscere immagini, imparare dall'esperienza, parlare una lingua naturale eccetera e anche di passare il test di Turing ma che comunque queste macchine non avranno nessuna coscienza  e non potranno essere considerate intelligenti in senso proprio. Secondo i sostenitori dell'IA forte, invece, niente impedirà prima o poi di costruire una macchina che possa essere considerata intelligente e cosciente alla stregua di un essere umano.

Questa questione della coscienza è in effetti complessa. Per default siamo portati naturalmente a pensare che ogni essere umano sia cosciente di se stesso e del mondo che lo circonda. E' qualcosa che concediamo e diamo per scontato per tutti (persino per i sostenitori di Salvini) a meno di non credere a un universo tipo Matrix in cui tutto ciò che vediamo e di cui abbiamo esperienza sia in realtà fittizio...

Si tratta di un tipico esempio dei processi mentali che caratterizzano la mente umana. Ognuno di noi, grazie all'esperienza di essere cosciente e essere capace di pensare se stesso pensante è portato per induzione a estendere questa capacità a tutti gli altri esseri umani. Fin qui siamo tutti d'accordo. Ma proviamo ad allargare un po' il campo. I cani sono coscienti di se stessi? perché no? i delfini? sicuramente... secondo qualcuno sono la seconda se non la prima forma di vita intelligente sulla Terra. Ma una mosca? certamente no. Un coniglio? un neonato di due giorni? a quale stadio dell'evoluzione animale (e della crescita dell'individuo) appare questa caratteristica della coscienza? è certo una domanda legittima, a meno di non voler credere all'anima che ci viene iniettata da un essere soprannaturale non si sa bene se al momento del concepimento o più tardi...

Anche questa domanda spinosa è stata riformulata, in una maniera più accessibile, dal filosofo John Searle che ha ideato l'esperimento mentale della stanza cinese. E' interessante che Searle abbia ideato l'esperimento per confutare l'ipotesi dell'IA forte, ma in realtà lo stesso ragionamento possa essere utilizzato per sostenere questa ipotesi!

L'idea della stanza cinese è di costruire un sistema che passa il test di Turing ma che altrettanto chiaramente (almeno secondo Searle) non ha consapevolezza del significato di ciò che comunica, della semantica, ma soltanto della sintassi.
Chiuso in una stanza senza altra possibilità di comunicare con l'esterno altro che attraverso dei fogli scritti, si trova Searle, il quale non parla cinese ma soltanto inglese. Egli ha a disposizione un enorme libro con dettagliate istruzioni scritte in inglese sul cosa fare, una pila enorme di carta e una penna. All'esterno, una persona che parla e scrive fluentemente cinese inizia a conversare con chi sta dentro attraverso dei fogli scritti in ideogrammi cinesi. La persona all'interno non ha nessuna idea di cosa significhino i segni sulla carta, ma seguendo le complesse istruzioni scritte (in inglese) nel libro, che possono prevedere di fare complesse operazioni utilizzando le pile di carta disponibili nella stanza, riesce infine a rispondere con opportuni ideogrammi in modo che all'osservatore cinese esterno sembra che dentro ci sia una persona che parla cinese e dà delle risposte sensate alle sue domande. Naturalmente, si tratta di un esperimento mentale, si dà per scontato che la persona all'interno della scatola sia velocissima a seguire le istruzioni e a rispondere (cosa in effetti impossibile per una persona ma possibile in principio per un computer super potente).
L'analogia è chiara. La persona all'interno della stanza è il processore, il libro di istruzioni è il programma e la carta ausiliaria è la memoria. La conclusione alla quale ci vuole fare arrivare Searle è che come gli elementi che costituiscono la stanza cinese (la persona inglese, il libro e la carta) ovviamente non hanno nessuna conoscenza del cinese, così un computer che anche riuscisse ad interagire in modo da far apparire di avere una coscienza in realtà non la potrebbe avere perché i suoi elementi costitutivi, l'hardware, in realtà non fanno altro che propagare segnali elettrici.

Ma il buon Searle si sbagliava di grosso. Perso in quelli che Hofstadter chiama Strani Anelli non si rende conto che ogni volta che esce di casa per andare a comprare il giornale conversando con i passanti, sta ripetendo un'esperienza simile alla stanza cinese senza che questo gli procuri nessun dubbio. La parte controversa del ragionamento si trova in questa deduzione azzardata che è alla base di tutta la confutazione:
Se  degli oggetti presi singolarmente non sono dotati di coscienza, allora qualsiasi sistema costituito da questi oggetti non può essere dotato di coscienza.
Ebbene se non apparteniamo al partito che crede all'esistenza di un'anima soprannaturale in una dimensione parallela che governa il nostro corpo in maniera metafisica, saremo più o meno portati a credere, come tutte le moderne ricerche di neurobiologia dimostrano, che quel che chiamiamo coscienza risieda da qualche parte nel nostro cervello e sia il risultato dell'interazione di circa 100 miliardi di neuroni. Ora ovviamente un singolo neurone non ha nessuna coscienza individuale (e men che meno le molecole che lo costituiscono), eppure non abbiamo nessun problema ad ammettere che il sistema costituito da questo numero impressionante di neuroni abbia tra le altre la proprietà quelle di pensare, di essere l'oggetto dei propri pensieri, e di interagire con altri sistemi simili in una maniera che chiamiamo umana e che comprende ogni genere di interazione, dall'amore all'amicizia, alla volontà  (nel caso dei neuroni sostenitori di Salvini) di annientare tutti quelli che credono a un prodotto particolare della coscienza neuronale collettiva indicato comunemente come religione islamica...

Il risultato più interessante a cui gli studi del cervello sono arrivati è l'ipotesi che la coscienza sia apparsa a un certo stadio dell'evoluzione come proprietà emergente (cioè un comportamento del sistema apparentemente inspiegabile sulla base delle proprietà delle sue componenti) non perché il possedere una coscienza presenti un particolare vantaggio evolutivo diretto, ma semplicemente perché la coscienza è una proprietà che appare spontaneamente in un cervello abbastanza complesso. Si potrebbe pensare quindi che lo stesso succederà per le macchine, senza che i ricercatori stiano coscientemente progettando una macchina che abbia coscienza di sé: la coscienza apparirebbe spontaneamente in macchine costruite per risolvere problemi estremamente complessi. Fantascienza?


In realtà se oggi siamo ancora lontani dall'aver creato delle macchine dotate di coscienza non possiamo neanche essere sicuri che macchine coscienti non saranno mai costruite, tanto che secondo Stuart Russel, l'autore di un testo fondamentale sulla IA - Artificial Intelligence: A Modern Approach,  dobbiamo già da ora cominciare a preoccuparci dei possibili rischi e conseguenze etiche legate alla costruzione di macchine dotate di coscienza e di volontà propria. In un'interessante conferenza sull'argomento, Russel propone una domanda che aveva già posto nella prima edizione del suo libro: E se ci riusciamo? cioè cosa può succedere se riusciamo veramente a creare una intelligenza artificiale? Questa potrebbe essere la più grande scoperta nella storia dell'umanità. Cosa fare perché non sia anche l'ultima?

13 aprile 2013

Autorità

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Nel 1961 lo psicologo statunitense Stanley Milgram ideò e condusse un celebre esperimento che si prefiggeva di studiare il comportamento di soggetti a cui un'autorità (nel caso specifico uno scienziato) ordina di eseguire delle azioni che confliggono con i valori etici e morali dei soggetti stessi.

L'esperimento cominciò tre mesi dopo l'inizio del processo a Gerusalemme contro il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Milgram concepiva l'esperimento come un tentativo di risposta alla domanda: "È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?".

I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica. Il campione risultò composto da 40 soggetti maschi fra i 20 e i 50 anni di varia estrazione sociale. Fu loro spiegato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell'apprendimento.

Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un collaboratore complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di "allievo" e di "insegnante": il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi condotti in due e stanze predisposte per l'esperimento. Insegnante e allievo potevano comunicare verbalmente ma non vedersi.

All'"insegnante" veniva chiesto di far memorizzare all'allievo varie coppie di parole (per esempio: "scatola azzurra", "giornata serena"). Durante l'interrogazione all'"allievo" veniva chiesto di associare alla seconda parola (ad esempio azzurra) la corrispondente prima parola da scegliere tra quattro possibili risposte (per esempio: auto, acqua, scatola, lampada). Ad ogni errore il soggetto doveva punire l'allievo usando scariche elettriche di intensità crescente usando 30 leve che andavano dai 15 volts a 450 volts.
Per dare un’idea, al soggetto veniva somministrata una scossa di 45 volts.

Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: scossa leggera, scossa media, scossa forte, scossa molto forte, scossa intensa, scossa molto intensa, attenzione: scossa molto pericolosa.

Il complice sbagliava volontariamente ed il sogetto veniva esortato a spingere una leva. Ovviamente in realtà all'attore non veniva somministrata alcuna scossa. A 75 V il complice iniziava a gemere, a 150 V diceva di non voler continuare. A 270V iniziava a battere sul muro, a 330V smetteva di rispondere alle domande.

Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l'insegnante: "continui, per favore", "l'esperimento richiede che lei continui", "è assolutamente indispensabile che lei continui", "non ha altra scelta, deve proseguire".

Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell'ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima che quest'ultimo interrompesse autonomamente la prova oppure, nel caso il soggetto avesse deciso di continuare fino alla fine, dopo che avesse somministrato per tre volte la scossa corrispondente al trentesimo interruttore.

I risultati dell'esperimento originale furono abbastanza sorprendenti. Malgrado le aspettative, secondo un sondaggio condotto tra psicologi e psichiatri, fossero che solo una piccola percentuale dei soggetti avrebbe continuato fino alla scossa massima, in realtà più del 60% dei soggetti somministrò la scossa di 450 V, nonostante quasi tutti mostrassero segni di stress e protestassero verbalmente.

In una variante (Esperimento 18), il soggetto svolgeva una funzione di assistente (come leggere le domande al microfono o trascrivere le risposte), mentre un altro attore somministrava le scosse. In questa variante 37 soggettti su 40 continuarono l'esperimento.


“L’estrema disponibilità di persone adulte a seguire fino all’estremo l’ordine di un’autorità rappresenta la principale scoperta di questo studio.”. (Milgram, 1976)
“L’ansia dimostrata dai soggetti durante l’esperimento fece apparire con chiarezza lo straordinario impatto dell’autorità: un campione di soggetti presumibilmente normali, di “brave persone”, era stato indotto ad andare contro i propri principi, accanendosi con una vittima che si lamentava, solo per eseguire un ordine che veniva dall’autorità”. (Miller, 1986)

12 gennaio 2013

L'ultimo Guccini



Nella mia generazione siamo in tanti ad essere cresciuti con le canzoni di Francesco Guccini. Le sue parole ci hanno accompagnato da ben prima che riuscissimo a capirle, le abbiamo riscoperte a poco a poco, abbiamo rivissuto tante volte quelle storie, quelle malinconie, quelle passioni.

Certo, gli anni passano, e ultimamente il nostro Guccini si è un po' perso (o è la nostra idea di Guccini che s'è persa?), in mezzo ai Fazio e ai Saviano, tra i gialli di un Santovito che non è Montalbano, sempre più ritirato, sempre più pavanese e meno bolognese, la chitarra barattata per una penna, le osterie fuori porta ormai definitivamente chiuse.

Il nuovo disco eternamente rimandato mi ha colto quasi di sorpresa e senza grandi aspettative. Ma quella dichiarazione perentoria, "niente più dischi e niente più concerti", mi ha molto colpito, quasi segnasse la fine di un'epoca.

Allora, mi sono detto, quel concerto a Prato del 18 settembre 2001 (e doveva tenersi una settimana prima!) è stata veramente la mia "ultima volta".  Francesco, capisco l'età, capisco che il fisico e la voce non siano più quelli di un tempo... ma un ultimo concerto per chiudere in bellezza? Eppure il tuo quasi coetaneo Mick Jagger era a Londra qualche tempo fa a saltare come un dannato per celebrare i cinquant'anni degli Stones. Francesco, altro che erba che cresce tutt'attorno, passa alle droghe pesanti e questo concerto d'addio faccelo... anche da seduto...

Ma forse hai ragione. A questo punto meglio fermarsi. Però credo che qualche riga su quest'ultimo disco la devo proprio scrivere, dato che secondo me è il migliore dai tempi di "D'amore, di morte e di altre sciocchezze" che risale al lontano 1996.

Canzone di notte n.4
Sarebbe una delle migliori ma ha due difetti. Il primo è di essere troppo lunga, anche per gli standard gucciniani. Al quarto minuto l'attenzione tende a calare e non si seguono più le riflessioni notturne, in bilico tra passato e presente, rimane solo quel senso di nostalgia che pervade tutto l'album.
"Una volta non passava giorno che non suonassi la chitarra, ora non so neanche se ne sono ancora capace (se mai lo sono stato)". In questa canzone si avverte bene il rimpianto per la "religione del tirare tardi e aspettare mattino".
Il secondo difetto? il siparietto all'inizio, recitato un po' male e tutto sommato evitabile...

L'ultima volta
La... prima volta che l'ho ascoltata non m'è piaciuta, mi è sembrata quasi una caricatura di una canzone di Guccini. Poi l'ho riascoltata meglio, e - nella sua semplicità - è uno dei miei brani preferiti dell'album. Certo il tema dell'ultima volta che nella vita si fa una cosa anche banale (o meno banale come assistere a un concerto di Guccini...) è tipicamente gucciniano, e il verso da aggiungere alla fine proposto da Juan Carlos Biondini "e toccarsi ben bene le palle" è quanto mai appropriato.

Su in collina
Il testo non mi convince troppo, forse nella traduzione dal bolognese all'italiano s'è persa un po' di poesia. Così sembra uno dei tanti brani dedicati alla Resistenza da vari gruppi folk/rock... e non tra i migliori. La musica non aggiunge molto, l'arrangiamento con la ghironda (che per i profani suona come una cornamusa) è invece molto bello. Ascoltate anche la bella versione dei Gang, che la trasformano in una tipica canzone dei fratelli Severini.

Quel giorno d'aprile
Bisogna riconoscere stavolta a Beppe Dati di avere composto una melodia tra le più belle dell'album. Anche il testo si distanzia finalmente da quel manierismo e da quell'ingenuità delle varie Cirano e Don Chisciotte. Non so quanto il racconto sia autobiografico e se il padre di Guccini sia stato soldato in Russia, ma sicuramente è stato prigioniero in Germania ed è tornato a casa guerra finita. L'orrore della guerra negli incubi da reduce (i "compagni coperti di neve" auto-censurati nella lettera al figlio per proteggerlo) la televisione che assopisce le coscienze ("l'anima dorme davanti a una scatola vuota") e fa dimenticare gli ideali e le speranze di un'Italia liberata ("dentro di noi troppo in fretta ci allontana quel giorno d'aprile") sono temi importanti appena accennati in versi di una rara sensibilità e bellezza.

Il testamento del pagliaccio
La canzone "politica" dell'album, dove il pagliaccio rappresenta - sembra - il cittadino italiano medio "intossicato da sogni vani di democrazia" che ricade nell'incubo dell'Italia berlusconiano-fascista ("un onesto mafioso riciclato, un duro, puro e cuore di nostalgico travestito da vero democratico...") . Il pezzo risulta gradevole e divertente (cantando in gregoriano un "marameo" è geniale) ma un po' troppo legato alla politica con la p minuscola dei politicanti italiani, e può già risultare datato. Nonostante l'andamento un po' da Don Raffaé non ha proprio niente della lezione di De André.

Notti
Molto gucciniana, anche se non l'ha scritta lui, ben cantata e ben suonata, con una coda quasi pop. Non sarà certo ricordata tra i capolavori del Guccio, ma a me è piaciuta.

Gli Artisti
Qualcuno l'ha definita il pezzo forte del disco. Sarà... a me è sembrata tra le cose più brutte cantate dal nostro (ovviamente Cristoforo Colombo è fuori concorso). Il tema dell'artista come "umìle artigiano" era già stato sviscerato (da "non queste mie di fil di ferro e spago" a "io non artista, solo piccolo baccelliere") e questi versi proprio non mi convincono. E poi, lo scandalo. Ricordo che stiamo parlando uno che aveva fatto rimare "amare" (inteso come aggettivo femminile plurale) con "Schopenauer". Ecco, ora alle prese con un penultimo verso che recita "un grappolo d'illusioni che svaniscono dalla memoria", termina con "e non restano nella...". Nella...? Certo "storia" sarebbe stato scontato, ma "memoria" è ancora peggio! Come si fa a fare rimare "memoria" con "memoria"!?! Qui, Francesco, mi hai profondamente deluso.

L'Ultima Thule
Il brano che riassume tutto il disco, lo specchio dell'animo di Guccini di oggi. Un testamento artistico coerente con quello che ha sempre cantato: "E qui da solo penso al mio passato/ vado a ritroso e frugo la mia vita" ma già mille anni prima aveva detto "Cantare il tempo andato sarà il mio tema", tanto che non stonano le autocitazioni ("se morivo più forte rinascevo" - ai tempi di Piccola Città - e gli "amici andati" di Lettera). Musicalmente "celticheggiante" e con un'ultima quartina che lascia senza parole:
L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo
si spegnerà per sempre ogni passione,
si perderà in un’ultima canzone
di me e della mia nave anche il ricordo.

Che dire, Francesco, sono certo che ti sbagli e saremo in molti a non dimenticarti.

24 novembre 2012

Una vita in meno



Il professore universitario e storico Jean Pierre Filiu (autore fra l'altro di una recentissima Storia di Gaza e studioso della Primavera Araba) ha firmato le parole di questa bella canzone degli Zebda, un gruppo di Tolosa, che vuole rendere omaggio agli abitanti della striscia di Gaza sottoposti al blocco israeliano dal 2007.

Sono nato in un paese che non esiste
Sono nato su una terra che non è più mia,
Una terra occupata, una terra calpestata
una terra autonoma solo sulla carta,
sono nato tra gli zaghroutah e le urla di gioia
sono nato dopo molti altri in un campo troppo stretto
Il mare era la mia frontiera, il mio santuario,
per dimenticare i coloni e il blocco navale e la miseria
sono cresciuto cullato dal suono dei racconti dell'esilio,
sono cresciuto all'ombra di vite sospese a un filo,
il filo di una speranza tenace anche in un vicolo cieco,
Un giorno sì a testa alta avremo il nostro posto
avremo il nostro posto, avremo il nostro posto.

Sono cresciuto troppo, troppo in fretta tra lutto e oblio
Sono cresciuto dando del tu all'orizzonte infinito,
la sabbia calda sotto i miei passi mi portava al di là
Sarò così grande così forte, non si vedrà che me,
ho vissuto a Gaza senza mai uscirne,
Ho vissuto giorno dopo giorno senza rimorsi né sospiri,
malgrado il filo spinato il coprifuoco i blindati,
ho portato in fondo al cuore il sogno di scappare via,
il sogno di scappare via, di scappare via.

Ho vissuto le onde umane dell'intifada
ho vissuto cortei e scioperi e bandiere sventolate,
cantavamo a pieni polmoni la nostra passione
mentre sopra di noi sfrecciavano i loro aerei
Sono morto - o hanno mentito? - di una pallottola vagante
sono morto assassinato da un uomo sconosciuto
che credeva di fare il suo dovere sparando nella nebbia
a delle ombre nemiche con armi ridicole,
sono morto come mille altri, mille dopo e mille prima,
sono morto una sera d'autunno, una sera di ramadan,
Ma non volevo altro che vivere, vivere libero
non volevo che essere libero, non volevo che essere libero,
non volevo che essere libero!


04 giugno 2012

Vaccini



- Dai coglioni... Chi protegge mio figlio dai coglioni che gli vorrebbero far credere che la felicità sta nelle marche, nei gadget e nell'avere il sex-appeal di un imbecille di un reality show?

- E i maestri? I pessimi maestri che cercheranno di trasformare la sua immaginazione e spontaneità in una cautela politicamente corretta, mettendoci lo sforzo con cui i funzionari si siedono ad aspettare la pensione!

- I politici! Questi maledetti politici che cercheranno di utilizzare le debolezze dei nostri figli e trasformarle in piccole bombe di odio per poterli ingannare e lasciarli, poi, senza risorse in un mondo brutto, povero e trascurato

- E gli imprenditori! Bastardi senza scrupoli, che per guadagnare due lire, son capaci di distruggere il pianeta e i suoi abitanti, provocare crisi, creare miseria e mille altre porcherie. Non siete i padroni del futuro, miserabili!

- E la Chiesa! Che nel ventunesimo secolo ancora le religioni abbiano qualche peso è veramente demenziale! Il loro concetto ipocrita della morale e la loro visione aberrante di cos'è bene e cos'è male serve solo a instillare sensi di colpa e a creare piccoli imbecilli senza giudizio! Chi ci protegge dalla Chiesa?

(Si scopre che erano i pensieri di una mamma in una sala d'aspetto di un ambulatorio pediatrico)

La segretaria: "No mi dispiace qui vacciniamo solo contro la difterite, il tetano, e cose così"

"Ah. E delle cose veramente pericolose, che se ne occupino i genitori, no? E vabbè...."

da "¡Somos padres, no personas!"di Manel Fontdevila

02 novembre 2011

Il Discorso di Stanford è una cagata pazzesca


La morte, si sa, santifica chiunque. Cossiga, quello che mandava i blindati contro gli studenti, è stato unanimemente salutato alla morte come un grande statista. Quando il diavolo si porterà all'inferno quel mafioso di Andreotti dovremmo probabilmente assistere a un commosso discorso di Napolitano che elogia il padre della Patria. Così va la vita.

Per questo non mi sono certo stupito della beatificazione del “genio dell'informatica” Steve Jobs. Premetto per correttezza che in questo momento sto scrivendo su un MacBook Pro. I prodotti della Apple sono in genere ottimi, dal punto di vista dell'hardware i migliori disponibili. Non c'è dubbio che il sistema operativo sia affidabile e facile da usare. Per questo ho scelto un Mac e sono un utente soddisfatto. Ma questo non fa certo di me un seguace di questa nuova religione che adora la Mela Morsicata.

Va anche detto che questa qualità si paga cara. Per i suoi prezzi elevati e per il design il Mac è diventato una specie di status symbol ostentato da chi, come il “rottamatore” Matteo Renzi, deve – proprio come Berlusconi – nascondere sotto una patina di finta modernità, l'assenza totale di contenuti e di idee.

Che Steve Jobs sia stato un genio dell'informatica è un luogo comune assai discutibile. Jobs non era Alan Turing o Edsger W. Dijkstra. Non mi risulta che abbia inventato un algoritmo innovativo né che abbia lavorato a dimostrare che P ≠ NP. E se anche così fosse, non è detto che un genio sia necessariamente una persona da ammirare in tutto e per tutto. Per esempio John von Neumann è stato, lui sì, un genio dell'informatica ma anche un pazzo guerrafondaio che nel 1946 faceva pressione sui militari statunitensi per sganciare la bomba atomica su Mosca. Idea veramente... geniale.

Se c'è stato un campo in cui San Steve si è dimostrato forse un genio, è stato il design, il marketing. Il suo grande risultato è stato riuscire a confezionare un prodotto e di innalzarlo a vero e proprio idolo da adorare religiosamente, accettando ogni imposizione e limitazione della libertà pur di poter utilizzare la sua jail made cool (la galera resa cool, secondo la definizione acida ma azzeccata di Richard Stallman). Grazie a lui una buona marca si è trasformata in qualcosa di più, in una vera e propria religione.

La religione Jobsiana ha un discorso fondante, un moderno Discorso della Montagna, detto il Discorso di Stanford. Questo discorso è stato copiato e incollato fino alla nausea nel giorno della morte del Profeta, facebookato, twittato e googleplussato da una folla entusiasta di discepoli. Se per vostra sventura non l'avete letto, redimetevi e fatelo adesso (fra l'altro esiste anche un'imperdibile versione livornese).

Il Discorso di Stanford, come tutti sanno, è diviso in tre parti. La prima parte si rifà a quel giochino della Settimana Enigmistica dedicato a quelli negati con rebus e parole crociate: unire i puntini (sembra invece che il discorso su “Che cosa apparirà” sia apocrifo).
Non starò qui a farvi il riassunto della storia strappalacrime della ragazza madre, dei genitori adottivi e del ragazzino che dormiva sul pavimento del dormitorio. Ma non posso fare a meno di notare che da quella esperienza personale si potrebbero trarre conclusioni ben diverse (anche senza essere un genio).
Per esempio ci si potrebbe chiedere perché mai il sistema universitario negli Stati Uniti invece di garantire il diritto all'istruzione a un giovane meritevole lo costringa a mandare in rovina la famiglia per pagarsi gli studi. Eppure anche il più irriducibile repubblicano sarebbe costretto ad ammettere che quel ragazzino avrebbe meritato di studiare, se poi ha dimostrato di essere l'incarnazione del Mito Americano, se da quel nessuno che era è diventato un miliardario di successo. Invece s'è ritrovato alla mensa degli Hare Krishna costretto a cantare i mantra in cambio di un tozzo di pane. Così va la vita.

Il problema è che il mito americano ha anche un odioso corollario, ben illustrato da Howard W. Cambell, un personaggio creato da Kurt Vonnegut 
"Ogni altro paese ha tradizioni popolari che parlano di uomini poveri ma molto saggi e virtuosi, e quindi più stimabili di qualsiasi individuo ricco e potente. Per gli americani poveri non esistono leggende del genere; loro deridono se stessi e esaltano quelli più ricchi di loro. I ristoranti e i caffè più modesti, di proprietà a loro volta di gente povera, hanno spesso sul muro una scritta con questa crudele domanda: 'Se sei tanto intelligente, perché non sei ricco?'.”
Invece di affrontare questa questione spinosa, Jobs svicola in un discorso sulla tipografia e i caratteri a spaziatura variabile, vantando un primato che esiste solo nella sua immaginazione, dato che prima di lui era arrivato Donald Knuth (vero genio dell'informatica) con il suo TeX.

La seconda parte del Discorso di Stanford parla di amore e di perdita. Si potrebbe riassumere così: “Beati quelli che vengono licenziati perché poi verranno di nuovo assunti, non in cielo, ma alla Apple e ritorneranno a essere amministratori delegati”. Nel “periodo più creativo della sua vita” alla NeXT, Jobs colleziona una serie di idee fallimentari, progetta modelli di PC dai prezzi spropositati, e si salva soltanto grazie a un filmino di cartoni animati fatti al computer. Insomma gli è andata di lusso, e si è ritrovato a chiacchierare di amore e fiducia ai laureati di Stanford. Se invece gli fosse andata male si sarebbe ritrovato sotto un ponte a parlare di odio e diffidenza ai barboni di Palo Alto. Così va la vita.


La terza parte del discorso parla della morte. Più o meno il succo è questo: Jobs era felice e contento, ricco sfondato, tutto andava benissimo. Sul più bello gli diagnosticano un tumore e gli annunciano che sarebbe morto di lì a pochi mesi. Così va la vita.

L'occasione è giusta per propinarci un po' di luoghi comuni sulla vita e sulla morte. Ma, caro Steve, il tema è vecchio quanto l'uomo e in molti l'hanno già svolto meglio di te. Per esempio Seneca scriveva nel De brevitate vitae:

Ognuno brucia la sua vita e soffre per il desiderio del futuro, per il disgusto del presente. Ma chi sfrutta per sé ogni ora, chi gestisce tutti i giorni come una vita, non desidera il domani né lo teme. Non c'è ora che possa apportare una nuova specie di piacere. Tutto è già noto, tutto goduto a sazietà. Del resto la sorte disponga come vorrà: la vita è già al sicuro. Le si può aggiungere, non togliere, e aggiungere come del cibo ad uno già sazio e pieno, che non ha più la voglia ma ancora la capienza. Non c'è dunque motivo di credere che uno sia vissuto a lungo perché ha i capelli bianchi o le rughe: non è vissuto a lungo, ma ha esistito a lungo.
Non ti offendere Steve, ma è scritto molto meglio, ed è molto più profondo di ogni tuo insegnamento. Sei arrivato con quei duemila anni di ritardo. Anzi, con i tuoi inviti a seguire il cuore, più che Seneca mi sembri la Susanna Tamaro della Silicon Valley.

Ma consolati, la tua morte è servita alla causa. Grazie a molti che non hanno seguito i tuoi consigli e vivono secondo il pensiero di altre persone (in particolare secondo il tuo pensiero), ultimamente c'è stato un boom nelle vendite degli iPad. Tim Cook ne sarà soddisfatto. Così va la vita.