25 novembre 2006

Look for America

"Kathy," I said, as we boarded a Greyhound in Pittsburg,
"Michigan seems like a dream to me now."
It took me four days to hitchhike from Saginaw
and I've come to look for America
Paul Simon, America

Nota: questo post avrebbe dovuto essere pubblicato più di un mese fa. Purtroppo in questi ultimi tempi ero lost in the power supplies...

Cercare l'America. L'America la trovi nell'autista di Greyhound che, come se fosse il protagonista di un film di spionaggio, impugna il microfono ed improvvisa un discorso (in un American English che cercherò di doppiare in diretta): "Ok, gente, io sono Ben, il vostro autista. La nostra missione è arrivare a Boston. Ma abbiamo un problema:" (suspence, pausa lunghissima durante la quale i passeggeri arrivano ad ipotizzare una bomba sul pullman) "il traffico." (sospiro di sollievo) "Ora, se tutto va bene, dovremmo essere a destinazione alle 9 e 25. Se no, chi può saperlo...". Perché gli americani ci fregano! E non solo con la lingua, anche con questi atteggiamenti che noi, ingenui consumatori del loro modo di vivere, avevamo classificato come fiction. Niente da fare, proprio non te lo immagini l'autista della CAP che ti fa "Ok, gente, sono Maurino, il vostro autista. La nostra missione è arrivare a Livorno. Il nostro nemico è il Ponte all'Indiano...".

I primi giorni a New York continuavamo a ripetere come dei cretini: "Ma è tutto come nei film", cosa che all'americano in Europa non succede un po' perché l'Europa è in generale abbastanza diversa da come la rappresentano molti film europei, un po' perché molti americani hanno visto ben pochi film europei... Tutto come nei film:


fumo dai tombini
il fumo dai tombini...

scoiattolo a Central Park
gli scoiattoli a Central Park...

Fermare un taxi
i taxi che si fermano facendo un cenno...

Presentatore televisivo
i presentatori televisivi per strada
Scale anti incendio
le scale anti incendio fuori da tutte le case

Milioni di persone corrono ogni giorno per le strade e nelle stazioni della metropolitana, fanno colazione in corsa bevendosi un latte (da pronunciarsi rigorosamente all'americana, è una sottospecie di cappuccino incredibilmente lungo in un bicchiere di carta che si può bere con la cannuccia camminando, se ne vuoi due devi chiedere two lattes), corrono, corrono tutta la settimana, finché finalmente arriva la domenica e si rilassano... correndo ancora in Central Park.

In corsa

Abitare a Manhattan è un segno distintivo, per cui si è disposti a pagare prezzi esorbitanti, pur di evitare le affollatissime metropolitane che la mattina portano i pendolari di Brooklyn, Bronx e Queens nella City. Ma dire Manhattan è sbagliato, perché Manhattan è in realtà enorme e variegata. Dal Financial District a sud, con la skyline spettacolare e orfana delle torri, che però è un quartiere anonimo e affaristico, salendo a nord per i quartieri di casette come nei film di Woody Allen nel Greenwich Village, Soho, Chelsea... fino ai grattacieli di midtown, Times Square con la sua presunzione (peraltro giustificata) di essere il centro del mondo, fino a Columbus Circle e Central Park... per poi entrare, a nord di Central Park, in un mondo completamente diverso. Eppure è ancora l'isola di Manhattan, ma molti newyorkesi non sono mai andati più a nord della 115ma strada, per la precisione quelli che non ci vanno sono i newyorkesi bianchi.

Con due o tre fermate dell'A-train, da Columbus Circle, si arriva ad Harlem. Quasi tutti i bianchi scendono nelle due fermate intermedie, e quando sali in superficie ti trovi in strade completamente diverse. Chiesette piccole di mattoni rossi, il boulevard intitolato a Martin Luther King, l'Apollo - il teatro da dove sono passati i migliori jazzisti degli anni d'oro - le librerie "militanti" dove si dice chiaramente che gli onnipresenti agenti del NYPD non sono solo professionalità, rispetto e cortesia (un giorno psicologi, il giorno dopo eroi) ma anche gente che ti può sparare solo perché vivi nella tua pelle americana.


Harlem
Harlem
Naturalmente per la newyorkese che lavora nel consulting, razionalizzando i piani industriali delle aziende, andare a Harlem è addirittura inconcepibile: la risposta scontata quando le racconti entusiasta della passeggiata è... "Why did you guys go there??". A proposito mi ero spesso chiesto che cosa diavolo fosse questo consulting, finalmente ho avuto una risposta chiara: succede che delle giovani e intelligenti impiegate coi tacchi alti (che guadagnano 8000 dollari al mese), tutte persone gentili, simpatiche, ospitali e anche liberal, vanno a lavorare in un ufficio di Manhattan e decidono, in base ad affidabili metodi matematici, che il piano aziendale di una certa industria medio-piccola non è adeguato alla New Economy e il progetto industriale deve essere rilanciato. Per alcuni processi complicati che qualcuno riassume con il termine di globalizzazione, una settimana dopo un operaio di Pontedera - che guadagnava 1000 euro al mese se va bene - si ritrova in cassa integrazione. La ragazza con i tacchi alti - che vota democratico e considera Bush un imbecille - intuisce che c'è qualcosa di sbagliato in tutto ciò, ma d'altra parte deve pagare l'affitto della stanza sulla 56ma e vuole potersi permettere di abitare nella città dove c'è tutto.

Se Little Italy è una trappola per turisti ai limiti del caricaturale - è possibile, uscendo da Manhattan e inoltrandosi nel Bronx, trovare il vero quartiere italiano. Intorno a Belmont ave. c'è anche il ristorante dove è stata girata la celebre scena del Padrino quando Al Pacino prende la pistola nel bagno, torna al tavolo e...


Little Italy
Little Italy


Little Italy in the Bronx
Belmont Ave.: Little Italy in the Bronx

Certo, la pizza non era male, ma le foto della visita di Bush durante l'ultima campagna elettorale ci ricordano che i nostri connazionali a New York sono uno dei pochi serbatoi di voti repubblicani a New York (ma a dire il vero in un quadretto accanto c'era anche Hillary Clinton).


Bush da Giovanni's

Molto meglio l'Official Bush Countdown Calendar, a casa di Verena a Boston, dove ogni giorno con una crocetta si possono cancellare i giorni passati per arrivare alla meta: la fine del secondo mandato.


Bush Countdown Calendar

Andare a New York vuol dire andare anche a cercare i propri miti... dove sarà quella strada dove in un giorno d'inverno del 1962 o 1963 è stata scattata la foto della bellissima copertina di The Freewheelin' Bob Dylan: lui con una giacca evidentemente troppo leggera che guarda per terra e la sua ragazza d'allora che lo prende sottobraccio e sorride?

The Freewheelin' Bob Dylan

Ci arriviamo (per la precisione si tratta di Jones St. tra Bleecker e W 4th St., quella di Positively 4th Street), ma troppo tardi... ed è buio...

La strada oggi

Come in una sdolcinata ma bella canzone di una volta...

New York, like a scene from all those movies
But you're real enough to me,
but there's a heart
A heart that lives in New York

A heart in New York,
a rose on the street
I write my song to that city heartbeat
A heart in New York,
love in her eye,
an open door and a friend for the night

New York, you got money on your mind
And my words won't make a dimes
worth a difference,
so here's to you New York

Central Park


Per chi vuole vederle, ci sono molte altre foto.

15 settembre 2006

Fantasma en la ciudad

È una canzone che, come si dice, tutti hanno ascoltato almeno una volta nella vita. L'anno era il 1998, il cantante Manu Chao, appena fuoriuscito dalla Mano Negra, ed il titolo "Clandestino", da un album che ha venduto milioni di copie.

Manu Chao Clandestino

Una canzone pop, di quelle che rimangono in testa inesorabilmente dopo il primo ascolto, magari l'abbiamo sentita migliaia di volte come sottofondo in decine di centri commerciali, sottopassaggi, negozi di dischi delle nostre città del nord... senza fare troppo caso al testo.

 Video Clandestino
Nella loro semplicità, invece, le parole della canzone dicono tanto. Dicono della condanna sofferta da tanti immigrati che, in fuga dai mille sud del mondo, dalla fame, dalle guerre, si ritrovano in quel Nord che li condanna ad una vita clandestina in fuga, fantasmi nella città la cui vita va proibita.


Solo vado con la mia pena
sola va la mia condanna
correre è il mio destino
per fregare la legge.

Perso nel cuore
della grande Babilonia
mi chiamano il clandestino
perché non ho documenti

In una città del nord
sono andato a lavorare
la mia vita l'ho lasciata
tra Ceuta e Gibilterra

Sono una razza nel mare
fantasma nella città
la mia vita va proibita
dice l’autorità.


Quando ho pubblicato la traduzione come extra per le canzoni contro la guerra (ma quanto extra poi? quante volte le cause che spingono all'emigrazione sono da ricercare proprio in quelle guerre a cui assistiamo indifferenti magari fischiettando contenti marijuana ilegal...), mi arriva un commento che pone un dubbio sulla traduzione di raya, che può sì essere il pesce ma anche una traccia, o forzando leggermente il significato, una scia. Come a dire, non sono niente, passo e scompaio...

Solo vado con la mia pena
sola va la mia condanna
correre è il mio destino
perché non ho documenti

perso nel cuore
della grande Babilonia
mi chiamano il clandestino
io sono il fuorilegge

Mano negra clandestina
peruviano clandestino
africano clandestino
marijuana illegale


21 agosto 2006

I serbi sono i cattivi? Ma Handke no!

Handke o...?È un meccanismo grottesco quello che fa venire allo scrittore carinziano Peter Handke una gran voglia di leggere le poesie del criminale di guerra serbo Radovan Karadžić, che i media occidentali definiscono immancabilmente psichiatra e mediocre poeta, o di ascoltare le canzoni della "cantante rock sciovinista" serba Ceca, sposa dell'assassino e famigerato bandito Arkan. Lo stesso meccanismo mi ha portato, insieme - non lo nego - al mio recente ruolo di correttore di bozze per una prossima tesi, a leggere Un viaggio d'inverno ovvero giustizia per la Serbia, il libro che Le Monde (e ne avevo appena parlato bene...) ha tacciato come un "pamphlet di polemica filoserba", a causa del quale Handke è stato accusato di "difendere gli assassini" e che ha portato il consiglio comunale di Dűsseldorf a rifiutargli all'unanimità il premio Heine per la letteratura. Si aggiunga poi questa inquietante somiglianza fisica (vedi foto) che, insieme all'instancabile verve polemica dello scrittore austriaco (o di entrambi?), mi ha fatto scaturire un'istintiva simpatia verso il personaggio.

Io & Peter Handke

Nelle prime pagine Handke non risparmia critiche alle semplificazioni colpevoli di stampa e televisioni europee, impegnate a cercare per le guerre jugoslave una divisione manichea che distinguesse i buoni dai cattivi, nel tentativo disperato di fare rientrare nei nostri schemi hollywoodiani una realtà complessa che richiederebbe invece risposte complesse. Tuttavia si smarca presto dalla semplice polemica contro i media, rivendicando la differenza della letteratura dal giornalismo, andando a soffermarsi sulle "terze cose", quelle che un giornalista dal suo ufficio di Parigi, Roma o New York non può o non vuole vedere e raccontare. Seguendo la regola d'oro del fratello figlio unico di Rino Gaetano (che non ha mai criticato un film senza prima vederlo), Handke, a differenza di chi non esita ad attaccarlo senza magari aver mai letto un suo libro, ha bisogno di recarsi sul luogo, di vedere, di osservare. Di sedersi sulla sponda della Drina dopo aver cercato la stazione delle corriere (potrà scrivere di Balcani chi non vi ha mai viaggiato su di un pullman? credo di no, sarebbe quindi bene che mi fermassi qui, dato che il tragitto Fiume-Trieste non penso sia sufficiente).

In Italia, a proposito delle guerre dei Balcani, vi sentirete ripetere fino alla noia, spesso da gente che ignora quale sia la capitale della Croazia, della Bosnia o - difficilissimo - del Kosovo, il seguente luogo comune: eh certo, Tito era sì un dittatore, però almeno li ha saputi tenere insieme. Poi quelli già si odiavano da prima, figuriamoci ora. Poi la favoletta semplice semplice delle motivazioni etniche della guerra, che, insieme a una enorme quantità di profughi, ha creato i presupposti per la cancellazione del più evidente esempio della possibilità concreta di convivenza pacifica tra Islam e Occidente, la Bosnia.Handke o...?
Dopo aver fomentato un'impossibile spartizione su base etnica propugnata come unica possibilità per la pace ecco che l'Occidente - qui entra in scena D'Alema - si accorge improssivamente che bisogna fermare la pulizia etnica in Kosovo. Quando, come spiega Paolo Rumiz, le vere ragioni, affaristiche e mafiose, del massacro sono nascoste da ingombranti maschere, ecco che anche la risposta militare appare come inevitabile, ragionevole o persino necessaria. Così nel '99 il nostro paese si è trasformato in un'enorme portaerei da dove decollavano gli F16 pronti a sganciare le bombe umanitarie. Quel maggio a Belgrado, sotto le nostre bombe, democratiche e di sinistra, c'era, insieme ad Erri De Luca, anche Peter Handke.

Forse il motivo per cui Handke è tanto osteggiato non sta tanto nelle sue prese di posizione quanto nel suo continuo procedere per interrogativi, nel mettere in dubbio pressoché tutte le certezze che gli vengono proposte. In una società che ha bisogno di risposte sicure per riuscire ad accettare ciò che altrimenti risulterebbe inammissibile (loro sono i cattivi, dobbiamo bombardarli) il dubitare, l'interrogarsi è visto come una pratica sovversiva e pericolosa. Ancor più dell'antagonista gonfio di certezze opposte ma simmetricamente identiche, chi dubita di ciò che è considerato patrimonio comune incorre in un'unanime censura. Ma non troveremo mai nessuna risposta se smettiamo di porci le domande.

08 agosto 2006

Il faut cultiver notre jardin

Mi cade schifato dalla mano
ogni giornale italiano insulta il mio capire
m'opprime di mode, modi
psicologia per conti che devono tornare

leggo Le Monde
difficile trovarlo non lo sciupo
buona motivazione, faticante in francese
guadagno in comprensione
Giovanni Lindo Ferretti

Una rapida raccolta delle copertine dei giornali e giornaletti pubblicati a Ginevra: al confronto La Nazione sembra un giornale cosmopolita. Accanto alla gloriosa "Tribune de Genève" altri graziosi giornaletti locali, in questa epoca di guerre globali, ci informano su cosa succede nel nostro giardino. Un esempio paradigmatico della miopia dell'informazione nel Libero Occidente. E della nostra colpevole indifferenza.

Scoprite i costumi da bagno di quest'estate!

Scoprite i costumi da bagno di quest'estate!

Il ladro che ha terrorizzato Meyrin arrestato

Il ladro che ha terrorizzato Meyrin arrestato

La Servette in serie A

La Servette in serie A (o qualcosa del genere) (NOTA: era il giorno della semifinale dei mondiali)

Il bagagliaio della macchina pieno di scorpioni

Il bagagliaio della macchina pieno di scorpioni!

Assurdo: l'esercito sorveglia un'ambasciata vuota

Assurdo: l'esercito sorveglia un'ambasciata vuota

I piccoli cinema moriranno?

I piccoli cinema moriranno?

La onta: li orologi di Ginevra: non sono precisi!

Vergogna: gli orologi di Ginevra non sono precisi!

Giardinaggio: è l'ultimo momento per piantare

Giardinaggio: è l'ultimo momento per piantare

Cancro della pelle: proteggete i vostri gatti!

Cancro della pelle: proteggete i vostri gatti!

Domani mi compro Le Monde!

10 luglio 2006

Calci di rigore sulla traversa

Un pallone rimbalza in un palo in uno stadio di Berlino. Milioni di occhi stanno a guardare. Sono a Plainpalais, una piazza di Ginevra fornita di megaschermo.
Alcuni occhi evitano di guardare. Tensione. Dai pensiamo al campionato e non caghiamo quella subdola, turgida, cinica lotteria dei rigori... Ma la lotteria stavolta gira a nostro favore. Il pallone rimbalza sulla traversa, in un attimo è tutto finito. Campioni del mondo, campioni del mondo... quante volte l'ha detto? Non ho sentito la telecronaca italiana, ma in realtà neanche quella francese. I bleus se ne vanno in fretta, spingendo malamente chi invece festeggia. La piazza è solo degli italiani, o meglio di chi tifa per l'Italia. Campioni del mondo.

Campioni del mondo!

Sembra che questa giornata sarà ricordata a lungo, proprio per via di un certo pallone che rimbalza su un certo palo. E ti viene da pensare a cosa racconterai tra vent'anni quando ci sarà qualcuno nato nel 2000 che dirà per scherzare "io le ragazze nate dopo il 2006 non le guardo perché non hanno visto l'Italia vincere il mondiale" e quando qualcuno ti chiederà "dov'eri quel giorno? cos'hai visto? cosa ti ricordi?".
Mi ricordo un bambino con le idee poco chiare sulla squadra del cuore...

Bambino bipartisan


...altri invece con le idee chiarissime che tutt'intorno a noi cantavano "Allez les bleus"...

Tifosi a Planpalais, Ginevra

Macchine in festa. Frammenti di frasi. "Zidane a Materazzi gli poteva dire, ti aspetto fuori, e pestarlo negli spogliatoi, gli avrei dato mano... però dai.. prendersi a cornate come i cervi...". Un italiano ubriaco che ci sputa in faccia (letteralmente) sequenze d'insulti ai "francesi figli di puttana"... che se ne restassero a casa loro a vedere la partita "perché io mica posso tornare a casa in Calabria, ma loro sì... cosa ci vengono a fare in Svizzera? poi... hai visto? la loro squadra è piena di negri" (poi dice anche "piena di negri vichinghi", non so perché). E dovrei festeggiare insieme a questo individuo? Spostiamoci in fretta.
A viverlo in diretta il momento non sembra così epico come nei racconti di ventiquattro anni fa. Napolitano non è Pertini. E forse invece che festeggiare per un pallone che rimbalza in un palo a Berlino dovrei rallegrami di non essere in un aereo in Siberia. O fuori da un ristorante di Baghdad, o in Palestina.

Sicuramente racconterò del commento di Alessandro, che dice che la festa di ieri gliene ha stranamente ricordata un'altra, di 63 anni fa, quando finiva una guerra.

Liberazione di Siracusa

06 giugno 2006

The Price Of The Book

Lo ammetto... sono fissato. Quando ieri in una libreria del centro di Firenze mi è caduto l'occhio su un libro con una bella copertina ed un titolo interessante, Oggi ho salvato il mondo - canzoni di protesta 1990-2005 non ho potuto fare a meno di prenderlo e sfogliarlo.

L'idea del libro è interessante: un viaggio nel poliedrico mondo della canzone di protesta degli ultimi quindici anni. I due autori Carlo Bordone e Gianluca Testani, due giornalisti della rivista musicale "Il Mucchio Selvaggio" portano l'esempio 50 canzoni cantate in inglese (con l'eccezione di Clandestino di Manu Chao) e di 10 canzoni italiane. Una raccolta del tutto eterogenea. "Rockstar e band anarco-punk. Rapper e cantanti e folk. Uomini e donne. Invettive e satire. Sentimenti pacifisti e giustificazioni della violenza. George Michael e i Rage Against The Machine. Proteste politicamente motivate, altre più confuse, altre al limite dell'opportunismo".

Si dà il caso che, oggi come da sempre, una buona percentuale delle canzoni di protesta sono canzoni contro la guerra. Non mi sono stupito, quindi, di trovare nell'indice canzoni che conoscevo bene, a volte canzoni che avevo tradotto io, spesso con non poca fatica. Visto che il libro contiene anche traduzioni italiane (anche se mai di tutta la canzone) , vado subito a leggere le traduzioni, specialmente per le canzoni sulle quali avevo qualche dubbio. E qui arriva la prima reazione: oh, ma questi hanno fatto un libro copiando dal nostro sito! Si dà il caso che i gusti dei due giornalisti siano abbastanza simili ai miei visto che ben cinque canzoni le avevo tradotte proprio io per il sito delle canzoni contro la guerra e quelle traduzioni mi suonavano molto familiari. Mentre cerco di risolvere una facile proporzione (16,50 euro per 60 canzoni, quanti euro per 3880 canzoni?) decido comunque di comprare il libro.

Naturalmente il sito delle Canzoni Contro la Guerra è, e resterà, un sito senza copyright e contro il copyright. Ai limiti della legalità, in realtà, anche se possiamo provare ad appellarci, come fanno gli autori del libro, alla norma sulle utilizzazioni libere o all'articolo 10 della Convenzione di Berna. Chi è senza peccato, poi, scagli la prima pietra, dato che anche noi abbiamo saccheggiato sistematicamente altri siti internet, libri ed articoli di giornali. Bisogna però dire che ci siamo sempre premurati di citare la fonte, e qualche possibile omissione è dovuta a dimenticanze e non alla cattiva fede.
Penso che a partire dai commenti del sito Canzoni contro la guerra si possano scrivere diverse tesi di laurea e un buon numero di libri, e questa è una cosa indubbiamente positiva. Non per un momento abbiamo pensato che quello che scrivevamo ci appartenesse in qualche modo. I contenuti del sito appartengono naturalmente agli autori delle canzoni, alla tanta gente che ci ha spedito i testi ed i commenti, a tutti quelli che hanno ascoltato o cantato quelle canzoni usandole come una testimonianza per capire la realtà, come strumento di lotta contro la guerra, o più banalmente per fare una tesina per la maturità. Sarebbe però corretto, soprattutto in un'opera che viene poi venduta, citare le proprie fonti!

Ma la questione è leggermente più complicata di come appare, perché i due autori del libro in questione non sono certo degli sprovveduti. Intanto per ogni canzone hanno scritto un commento interessante e puntuale, mai ripreso dal nostro sito, inoltre ad un esame più attento si scopre che le traduzioni sono sempre leggermente diverse da quelle del sito e che spesso le modifiche hanno migliorato la traduzione! Tanto che per dimostrare che effettivamente il nostro sito è stato una fonte per il libro devo procedere ad un piccolo esercizio di filologia spicciola. Si tratta naturalmente di prove indiziarie...

Prendiamo per esempio Oh my God di Michael Franti. Ho fatto una faticaccia per tradurla, tanto che tutt'ora la versione italiana è indicata come "tentativo di traduzione". Franti utilizza molti termini di slang, che non sono semplicemente comprensibili neanche con l'aiuto di un buon vocabolario, i riferimenti a peculiarità della realtà americana sono molteplici.
Ci sono vari indizi che la mia versione per le "Canzoni contro la guerra" sia stata la fonte per la traduzione contenuta nel libro:
  • le differenze tra le traduzioni sono marginali,
  • i passi tradotti nel libro si arrestano magicamente in corrispondenza dei punti interrogativi nel tentativo di traduzione presente sul sito.
  • Nel libro è citato lo stesso passo dell'intervista a "Il Manifesto" presente nell'introduzione sul sito. Noi però citiamo la fonte e mettiamo il link all'aricolo completo, nel libro la frase viene semplicemente riportata tra virgolette.
Alcuni esempi di differenza nelle traduzione: "Potete allungare una vita, ma non la potete salvare/ Potete creare un clone e poi provate a schiavizzarlo?" diventa "Sapete allungare una vita, ma non la sapete salvare/ Sapete creare un clone e poi provate a schiavizzarlo?", forse più corretto, ma la sostanza non cambia. Oppure weekend che nel libro viene lasciato in inglese e non tradotto come fine settimana, mentre nei memorabili versi:
Hell, I shot Ronald Regan, I shot JFK
I slept with Marilyn she sung me “Happy Birthday”
nel libro si prendono la briga di tradurre anche "Buon Compleanno" dove io ho preferito lasciarlo in inglese. Tutti (o quasi) hanno in mente l'immagine di Marilyn che canta "Happy Birthday, Mr. President...", no?

In un caso il miglioramento è significativo, e non ho esitato ad accoglierlo anche sul sito:
Well politicians got lipstick on the collar
The whole media started to holler
But I don’t give a fuck who they screwin’ in private
I wanna know who they screwin’ in public
Robbin’, cheatin’, stealin’
dove a me non era riuscito trovare due sinonimi diversi per rendere robbin' e stealin', nel libro viene proposto "rapinare" e "rubare", così arriviamo a una traduzione che mette insieme le due:
Bene i politici hanno il rossetto sul colletto
E tutti i media iniziano a gridare
Ma non me ne frega niente di chi fottono in privato
Voglio sapere chi fottono in pubblico
Rapinando, imbrogliando, rubando
Mi correggono anche un altro errore: started to holler quindi hanno iniziato a gridare, al passato. Piccolezze: in altri punti la traduzione coincide per quattro o cinque versi di fila...

Ma l'esempio più eclatante è When The President Talks To God, una divertente canzone dei Bright Eyes, che racconta cosa succede quando Bush parla con Dio. Cercando un commento adeguato avevo trovato una battuta di Dario Fo:

"È un dio spietato e sanguinario quello che dialoga con il nostro Presidente. È un dio degli eserciti e della vendetta. Non ha niente a che vedere con il padre pietoso, tenero come una madre, che le Sacre Scritture ci hanno insegnato a conoscere...
Di certo in cielo c'è stato un golpe. "
Guarda caso nel libro viene citato esattamente lo stesso brano del monologo.
Anche in questo caso le differenze tra le due traduzioni sono minime, sono quindi orgoglioso che le mie traduzioni siano degne di apparire su un libro specializzato. Soprattutto se contengono finezze come nella traduzione dell'ultima strofa:
When the president talks to God
Does he ever think that maybe he's not?
That that voice is just inside his head
When he kneels next to the presidential bed
Does he ever smell his own bullshit
When the president talks to God?
Beh, anche senza scomodare Umberto Eco e il suo istruttivo saggio "Dire quasi la stessa cosa" (a dire il vero un po' monotono, dato che tende a ribadire lo stesso concetto varie volte e con mille esempi, tanto da poter essere ribattezzato Dire sempre la stessa cosa...) si capisce che bullshit vuole dire cazzata, ma, visto che si dice smell his own bullshit, qui tutto si gioca sul significato letterale (merda di toro). Per renderlo in italiano è molto meglio, quindi, tradurre stronzate... mantenendo così il riferimento alla cacca, fondamentale per giustificare la puzza (come vedete si tratta di ragionamenti di alto livello), ottenendo:
Quando il presidente parla con Dio
Ci pensa mai che forse non è vero?
Che quella voce magari è solo dentro la sua testa
quando si inginocchia accanto al letto presidenziale
Sente mai la puzza delle sue stronzate
Quando il presidente parla con Dio?
L'idea è stata pienamente accolta nel libro!

Per la cronaca, le altre canzoni per le quali c'è un sospetto di ispirazione diretta sono "Day After Tomorrow" di Tom Waits, "John Walker's Blues" di Steve Earle e, forse, Sweet Neo Con degli Stones.

Alla fine, passata la prima indignazione, ho letto il libro e l'ho trovato interessante. Molti commenti sono originali (o, direbbero i maligni, sono stati copiati da qualche altra parte) e il libro mi ha permesso e mi permetterà di inserire nuove canzoni contro la guerra e nuove traduzioni nel sito. Anch'io farò in modo di cambiare qualche parola qua e là alle traduzioni riportate nel libro prima di inserirle nel sito (oltre a completarle) ma non per questo mi dimenticherò di precisare che la traduzione è basata sulla loro. Ho preso in prestito anche altri commenti, come quello a Il mio nome è mai più, giustamente stroncata e definita una "canzone di beneficenza" piuttosto che di protesta.

In definitiva bisogna ammettere che il libro è piacevole e si legge volentieri; manca un solo piccolo particolare: una lista dei riferimenti ai siti internet che gli autori hanno "consultato" per scriverlo. A loro non sarebbe costato niente, per noi sarebbe stato un riconoscimento importante.
Certo che, parodiando una canzone contro la guerra di Billy Bragg, si potrebbe dire...

Don't give me no shit about blood, sweat, tears and toil
It's all about the price of the book

Non ditemi cazzate sul sangue, il sudore, le lacrime e la fatica.
Si fa tutto per il prezzo del libro

ma è solo una battuta, naturalmente, mi rendo conto che gli autori non si sono mossi in base ad una bieca motivazione economica e la risposta di Gianluca Testani quando gli ho scritto è stata veloce ed esauriente (la riporto nei commenti). La risposta, anzi, mi ha talmente convinto che quasi mi sto pentendo di avere scritto qualche cattiveria in questo articolo (ma ormai scripta manent...) e consiglio a tutti di comprare il libro!