10 luglio 2006

Calci di rigore sulla traversa

Un pallone rimbalza in un palo in uno stadio di Berlino. Milioni di occhi stanno a guardare. Sono a Plainpalais, una piazza di Ginevra fornita di megaschermo.
Alcuni occhi evitano di guardare. Tensione. Dai pensiamo al campionato e non caghiamo quella subdola, turgida, cinica lotteria dei rigori... Ma la lotteria stavolta gira a nostro favore. Il pallone rimbalza sulla traversa, in un attimo è tutto finito. Campioni del mondo, campioni del mondo... quante volte l'ha detto? Non ho sentito la telecronaca italiana, ma in realtà neanche quella francese. I bleus se ne vanno in fretta, spingendo malamente chi invece festeggia. La piazza è solo degli italiani, o meglio di chi tifa per l'Italia. Campioni del mondo.

Campioni del mondo!

Sembra che questa giornata sarà ricordata a lungo, proprio per via di un certo pallone che rimbalza su un certo palo. E ti viene da pensare a cosa racconterai tra vent'anni quando ci sarà qualcuno nato nel 2000 che dirà per scherzare "io le ragazze nate dopo il 2006 non le guardo perché non hanno visto l'Italia vincere il mondiale" e quando qualcuno ti chiederà "dov'eri quel giorno? cos'hai visto? cosa ti ricordi?".
Mi ricordo un bambino con le idee poco chiare sulla squadra del cuore...

Bambino bipartisan


...altri invece con le idee chiarissime che tutt'intorno a noi cantavano "Allez les bleus"...

Tifosi a Planpalais, Ginevra

Macchine in festa. Frammenti di frasi. "Zidane a Materazzi gli poteva dire, ti aspetto fuori, e pestarlo negli spogliatoi, gli avrei dato mano... però dai.. prendersi a cornate come i cervi...". Un italiano ubriaco che ci sputa in faccia (letteralmente) sequenze d'insulti ai "francesi figli di puttana"... che se ne restassero a casa loro a vedere la partita "perché io mica posso tornare a casa in Calabria, ma loro sì... cosa ci vengono a fare in Svizzera? poi... hai visto? la loro squadra è piena di negri" (poi dice anche "piena di negri vichinghi", non so perché). E dovrei festeggiare insieme a questo individuo? Spostiamoci in fretta.
A viverlo in diretta il momento non sembra così epico come nei racconti di ventiquattro anni fa. Napolitano non è Pertini. E forse invece che festeggiare per un pallone che rimbalza in un palo a Berlino dovrei rallegrami di non essere in un aereo in Siberia. O fuori da un ristorante di Baghdad, o in Palestina.

Sicuramente racconterò del commento di Alessandro, che dice che la festa di ieri gliene ha stranamente ricordata un'altra, di 63 anni fa, quando finiva una guerra.

Liberazione di Siracusa

06 giugno 2006

The Price Of The Book

Lo ammetto... sono fissato. Quando ieri in una libreria del centro di Firenze mi è caduto l'occhio su un libro con una bella copertina ed un titolo interessante, Oggi ho salvato il mondo - canzoni di protesta 1990-2005 non ho potuto fare a meno di prenderlo e sfogliarlo.

L'idea del libro è interessante: un viaggio nel poliedrico mondo della canzone di protesta degli ultimi quindici anni. I due autori Carlo Bordone e Gianluca Testani, due giornalisti della rivista musicale "Il Mucchio Selvaggio" portano l'esempio 50 canzoni cantate in inglese (con l'eccezione di Clandestino di Manu Chao) e di 10 canzoni italiane. Una raccolta del tutto eterogenea. "Rockstar e band anarco-punk. Rapper e cantanti e folk. Uomini e donne. Invettive e satire. Sentimenti pacifisti e giustificazioni della violenza. George Michael e i Rage Against The Machine. Proteste politicamente motivate, altre più confuse, altre al limite dell'opportunismo".

Si dà il caso che, oggi come da sempre, una buona percentuale delle canzoni di protesta sono canzoni contro la guerra. Non mi sono stupito, quindi, di trovare nell'indice canzoni che conoscevo bene, a volte canzoni che avevo tradotto io, spesso con non poca fatica. Visto che il libro contiene anche traduzioni italiane (anche se mai di tutta la canzone) , vado subito a leggere le traduzioni, specialmente per le canzoni sulle quali avevo qualche dubbio. E qui arriva la prima reazione: oh, ma questi hanno fatto un libro copiando dal nostro sito! Si dà il caso che i gusti dei due giornalisti siano abbastanza simili ai miei visto che ben cinque canzoni le avevo tradotte proprio io per il sito delle canzoni contro la guerra e quelle traduzioni mi suonavano molto familiari. Mentre cerco di risolvere una facile proporzione (16,50 euro per 60 canzoni, quanti euro per 3880 canzoni?) decido comunque di comprare il libro.

Naturalmente il sito delle Canzoni Contro la Guerra è, e resterà, un sito senza copyright e contro il copyright. Ai limiti della legalità, in realtà, anche se possiamo provare ad appellarci, come fanno gli autori del libro, alla norma sulle utilizzazioni libere o all'articolo 10 della Convenzione di Berna. Chi è senza peccato, poi, scagli la prima pietra, dato che anche noi abbiamo saccheggiato sistematicamente altri siti internet, libri ed articoli di giornali. Bisogna però dire che ci siamo sempre premurati di citare la fonte, e qualche possibile omissione è dovuta a dimenticanze e non alla cattiva fede.
Penso che a partire dai commenti del sito Canzoni contro la guerra si possano scrivere diverse tesi di laurea e un buon numero di libri, e questa è una cosa indubbiamente positiva. Non per un momento abbiamo pensato che quello che scrivevamo ci appartenesse in qualche modo. I contenuti del sito appartengono naturalmente agli autori delle canzoni, alla tanta gente che ci ha spedito i testi ed i commenti, a tutti quelli che hanno ascoltato o cantato quelle canzoni usandole come una testimonianza per capire la realtà, come strumento di lotta contro la guerra, o più banalmente per fare una tesina per la maturità. Sarebbe però corretto, soprattutto in un'opera che viene poi venduta, citare le proprie fonti!

Ma la questione è leggermente più complicata di come appare, perché i due autori del libro in questione non sono certo degli sprovveduti. Intanto per ogni canzone hanno scritto un commento interessante e puntuale, mai ripreso dal nostro sito, inoltre ad un esame più attento si scopre che le traduzioni sono sempre leggermente diverse da quelle del sito e che spesso le modifiche hanno migliorato la traduzione! Tanto che per dimostrare che effettivamente il nostro sito è stato una fonte per il libro devo procedere ad un piccolo esercizio di filologia spicciola. Si tratta naturalmente di prove indiziarie...

Prendiamo per esempio Oh my God di Michael Franti. Ho fatto una faticaccia per tradurla, tanto che tutt'ora la versione italiana è indicata come "tentativo di traduzione". Franti utilizza molti termini di slang, che non sono semplicemente comprensibili neanche con l'aiuto di un buon vocabolario, i riferimenti a peculiarità della realtà americana sono molteplici.
Ci sono vari indizi che la mia versione per le "Canzoni contro la guerra" sia stata la fonte per la traduzione contenuta nel libro:
  • le differenze tra le traduzioni sono marginali,
  • i passi tradotti nel libro si arrestano magicamente in corrispondenza dei punti interrogativi nel tentativo di traduzione presente sul sito.
  • Nel libro è citato lo stesso passo dell'intervista a "Il Manifesto" presente nell'introduzione sul sito. Noi però citiamo la fonte e mettiamo il link all'aricolo completo, nel libro la frase viene semplicemente riportata tra virgolette.
Alcuni esempi di differenza nelle traduzione: "Potete allungare una vita, ma non la potete salvare/ Potete creare un clone e poi provate a schiavizzarlo?" diventa "Sapete allungare una vita, ma non la sapete salvare/ Sapete creare un clone e poi provate a schiavizzarlo?", forse più corretto, ma la sostanza non cambia. Oppure weekend che nel libro viene lasciato in inglese e non tradotto come fine settimana, mentre nei memorabili versi:
Hell, I shot Ronald Regan, I shot JFK
I slept with Marilyn she sung me “Happy Birthday”
nel libro si prendono la briga di tradurre anche "Buon Compleanno" dove io ho preferito lasciarlo in inglese. Tutti (o quasi) hanno in mente l'immagine di Marilyn che canta "Happy Birthday, Mr. President...", no?

In un caso il miglioramento è significativo, e non ho esitato ad accoglierlo anche sul sito:
Well politicians got lipstick on the collar
The whole media started to holler
But I don’t give a fuck who they screwin’ in private
I wanna know who they screwin’ in public
Robbin’, cheatin’, stealin’
dove a me non era riuscito trovare due sinonimi diversi per rendere robbin' e stealin', nel libro viene proposto "rapinare" e "rubare", così arriviamo a una traduzione che mette insieme le due:
Bene i politici hanno il rossetto sul colletto
E tutti i media iniziano a gridare
Ma non me ne frega niente di chi fottono in privato
Voglio sapere chi fottono in pubblico
Rapinando, imbrogliando, rubando
Mi correggono anche un altro errore: started to holler quindi hanno iniziato a gridare, al passato. Piccolezze: in altri punti la traduzione coincide per quattro o cinque versi di fila...

Ma l'esempio più eclatante è When The President Talks To God, una divertente canzone dei Bright Eyes, che racconta cosa succede quando Bush parla con Dio. Cercando un commento adeguato avevo trovato una battuta di Dario Fo:

"È un dio spietato e sanguinario quello che dialoga con il nostro Presidente. È un dio degli eserciti e della vendetta. Non ha niente a che vedere con il padre pietoso, tenero come una madre, che le Sacre Scritture ci hanno insegnato a conoscere...
Di certo in cielo c'è stato un golpe. "
Guarda caso nel libro viene citato esattamente lo stesso brano del monologo.
Anche in questo caso le differenze tra le due traduzioni sono minime, sono quindi orgoglioso che le mie traduzioni siano degne di apparire su un libro specializzato. Soprattutto se contengono finezze come nella traduzione dell'ultima strofa:
When the president talks to God
Does he ever think that maybe he's not?
That that voice is just inside his head
When he kneels next to the presidential bed
Does he ever smell his own bullshit
When the president talks to God?
Beh, anche senza scomodare Umberto Eco e il suo istruttivo saggio "Dire quasi la stessa cosa" (a dire il vero un po' monotono, dato che tende a ribadire lo stesso concetto varie volte e con mille esempi, tanto da poter essere ribattezzato Dire sempre la stessa cosa...) si capisce che bullshit vuole dire cazzata, ma, visto che si dice smell his own bullshit, qui tutto si gioca sul significato letterale (merda di toro). Per renderlo in italiano è molto meglio, quindi, tradurre stronzate... mantenendo così il riferimento alla cacca, fondamentale per giustificare la puzza (come vedete si tratta di ragionamenti di alto livello), ottenendo:
Quando il presidente parla con Dio
Ci pensa mai che forse non è vero?
Che quella voce magari è solo dentro la sua testa
quando si inginocchia accanto al letto presidenziale
Sente mai la puzza delle sue stronzate
Quando il presidente parla con Dio?
L'idea è stata pienamente accolta nel libro!

Per la cronaca, le altre canzoni per le quali c'è un sospetto di ispirazione diretta sono "Day After Tomorrow" di Tom Waits, "John Walker's Blues" di Steve Earle e, forse, Sweet Neo Con degli Stones.

Alla fine, passata la prima indignazione, ho letto il libro e l'ho trovato interessante. Molti commenti sono originali (o, direbbero i maligni, sono stati copiati da qualche altra parte) e il libro mi ha permesso e mi permetterà di inserire nuove canzoni contro la guerra e nuove traduzioni nel sito. Anch'io farò in modo di cambiare qualche parola qua e là alle traduzioni riportate nel libro prima di inserirle nel sito (oltre a completarle) ma non per questo mi dimenticherò di precisare che la traduzione è basata sulla loro. Ho preso in prestito anche altri commenti, come quello a Il mio nome è mai più, giustamente stroncata e definita una "canzone di beneficenza" piuttosto che di protesta.

In definitiva bisogna ammettere che il libro è piacevole e si legge volentieri; manca un solo piccolo particolare: una lista dei riferimenti ai siti internet che gli autori hanno "consultato" per scriverlo. A loro non sarebbe costato niente, per noi sarebbe stato un riconoscimento importante.
Certo che, parodiando una canzone contro la guerra di Billy Bragg, si potrebbe dire...

Don't give me no shit about blood, sweat, tears and toil
It's all about the price of the book

Non ditemi cazzate sul sangue, il sudore, le lacrime e la fatica.
Si fa tutto per il prezzo del libro

ma è solo una battuta, naturalmente, mi rendo conto che gli autori non si sono mossi in base ad una bieca motivazione economica e la risposta di Gianluca Testani quando gli ho scritto è stata veloce ed esauriente (la riporto nei commenti). La risposta, anzi, mi ha talmente convinto che quasi mi sto pentendo di avere scritto qualche cattiveria in questo articolo (ma ormai scripta manent...) e consiglio a tutti di comprare il libro!

18 maggio 2006

Spago sulla mia valigia non ce n'era

Sulla Panda stracarica, con tanto di bicicletta smontata, computer e piantine varie: l'ennesimo viaggio Firenze-Ginevra, stavolta in macchina. Emigrante di lusso nella Svizzera Verde.

Macchina con bicicletta

Fuga cervello
Cervello in fuga
È il famoso fenomeno della fuga dei cervelli. È un problema grosso, in Italia. Il cervello di Rutelli, ad esempio, lo stanno cercando da anni... nessuna traccia!
È SCAPPATO RUTELLI
A parte gli scherzi, in questi tempi di lavoro precario e sottopagato, mi sento decisamente un privilegiato. Il collega spagnolo (non Pablo, ma Héctor!) racconta che in Spagna si parla della generazione dei mileuristas, che El País descrive così:
Tra i venticinque e i trent'anni, hanno finito l'università e sanno le lingue. Tuttavia non sono arrivati dove pensavano. Dopo anni di studio riescono a trovare nel migliore dei casi posti di lavoro in cui si guadagna, quando va bene, un massimo di mille euro al mese (da cui mileuristas). Vivono in appartamenti condivisi (ma in Italia direi ancora a casa dei genitori), non possono permettersi l'automobile, una casa o di farsi una famiglia.
Soprattutto nel campo delle tanto sbandierate nuove tecnologie le possibilità di lavoro nascondono dietro a nomi altisonanti come consulting una triste realtà: vengono proposti incarichi di bassa manovalanza e con ben poco d'innovativo, come se un ingegnere edile si ritrovasse a collocare i mattoni!
Ecco le possibili vie di uscita, secondo Héctor:
  1. Diventare un mileurista (ma in Italia anche meno) e aspettare tempi migliori
  2. Continuare a studiare e aspettare tempi migliori, però imparando nel frattempo cose nuove
  3. Mettersi in proprio, sfondare e dimostrare quello che vali (ipotesi sbandierata dai berlusconiani ma in realtà poco praticabile)
  4. Andarsene dalla Spagna (o dall'Italia)
  5. Cercare un qualche aggancio per riuscire ad entrare in un buon posto, fare poco o nulla e vivere di rendita (ipotesi per chi non ha coscienza ed ha gli agganci)
  6. Lottare per creare un modello economico alternativo. Combattere contro questo sistema economico e inventarsi qualcosa di nuovo, migliore e più equo. (ipotesi no-global)
Sono decisamente a favore dell'ultima opzione... ma nel frattempo ho optato per l'opzione numero 4... Héctor si spinge ad affermare che le opzioni 1 e 5 sono contrarie ai suoi principi, e voi tra che ipotesi vi state dibattendo?
Hector al lavoro
Héctor al lavoro per Technorati Japan
Non fraintendetemi, non penso assolutamente che sia una questione di soldi, piuttosto di soddisfazioni: a volte un'occasione interessante può essere a portata di mano e basta un briciolo di coraggio per coglierla. O forse mi sbaglio ed è solo questione di fortuna e di casualità.
In realtà, anche a parità di stipendio, se avessi dovuto scegliere tra un lavoro a Firenze e venire qui al CERN avrei comunque fatto la stessa scelta. La differenza sta nell'ambiente internazionale, che comunque apre la mente e permette di imparare cose nuove (ad esempio cosa vuol dire unglaublich o das Schloss ist geschlossen) e la possibilità di lavorare in un centro dove - nonostante tutto - la ricerca si fa davvero. Ricerca pura, come la ricerca del cervello perduto di Rutelli. Speriamo con risultati più concreti...

06 maggio 2006

Ricetta per fare un eroe

«Sono scosso, profondamente addolorato. Desidero esprimere ai familiari e ai parenti dei nostri due alpini il mio più profondo cordoglio. Tutti i milanesi si stringono idealmente intorno alle bare di questi nuovi eroi della pace»
(Gabriele Albertini)
Manuel Fiorito, 13 febbraio 1979-5 maggio 2006
Manuel Fiorito, 13 febbraio 1979-5 maggio 2006
RICETTA PER FARE UN EROE
(Reinaldo Ferreira)

Prendere un uomo
fatto di niente, come noi,
e di grandezza naturale.
Impregnargli la carne,
lentamente,

D'una certezza acuta, irrazionale,
intensa come l'odio o la fame.
Poi, quasi alla fine,
agitare uno stendardo
e suonare una tromba...

Si serve morto.

Receita para fazer um herói

Tome-se um homem,
Feito de nada, como nós,
E em tamanho natural.
Embeba-se-lhe a carne,
Lentamente,

De uma certeza aguda, irracional,
Intensa como o ódio ou como a fome.
Depois, perto do fim,
Agite-se um pendão
E toque-se um clarim...

Serve-se morto
(Traduzione dal portoghese di Riccardo Venturi)

PS: Mi fanno notare che da questo post si potrebbe dedurre che io accusi il povero Manuel Fiorito di essere "impregnato di odio".
La poesia però dice di una certezza acuta, irrazionale INTENSA COME l'odio o COME la fame. L'eroe della poesia non è quindi stato impregnato d'odio, ma di una certezza irrazionale. La certezza irrazionale è che esistano le "missioni di pace militari". E di questa certezza irrazionale chi decide di arruolarsi come volontario è certamente, in buona fede, impregnato. La colpa non è da imputare a lui ma, continuando con la metafora, ai cuochi!

01 maggio 2006

Metallaro generico di alta statura

West Memphis, Arkansas, maggio 1993. I corpi di tre bambini orridamente mutilati e uccisi vengono ritrovati in un bosco sulle Robin Hood Hills. La cittadina di provincia è sconvolta dall'accaduto, anche i poliziotti accorsi sul luogo del delitto sembrano totalmente impreparati ad una scena del genere, tanto che non viene scattata neanche una foto mentre sul posto accorrono frotte di curiosi e la notizia corre veloce di bocca in bocca monopolizzando l'attenzione del paese.

Il crimine è subito catalogato come "di chiaro stampo satanico", in un delitto tanto efferato il diavolo non può certo essere estraneo. Passa meno di un mese e i giornali annunciano che i colpevoli sono stati individuati.

Damien Echols, un diciottenne appassionato di heavy metal, è accusato di essere il capo del gruppo di assassini. Sarebbe stato incastrato dalla confessione del suo "compagno di merende", Jessie Misskelley, diciassette anni e - detto in modo poco politically correct - minorato mentale. La cronaca riporta anche l'IQ (quoziente intellettivo) del poveraccio, 72: solo 19 punti meno di quello del presidente George W. Bush.

La confessione di Jessie, che alla fine della giornata ritratterà tutto (ma è troppo tardi), viene registrata dagli investigatori su audiocassetta. Dichiara di aver fatto da spettatore mentre l'altro uccideva i tre bambini con l'aiuto di un tale Jason Beldwin. Pare che gli sceriffi si premurassero di premere il tasto STOP ogni volta che passavano alle maniere forti. Dodici ore di interrogatorio, quarantasei minuti di registrazione.

Damien Echols
Damien Echols
Sulla base della confessione di Misskelley, Echols e Jason Beldwin vengono arrestati il 3 giugno 1993. La soddisfazione in paese è palpabile. Soprattutto Damien era malvisto nella periferia americana tradizionalista e cristiana fondamentalista: capelli lunghissimi, sempre vestito di pelle nera anche d'estate, amante della musica metal e dei romanzi horror, su di lui giravano le voci più disparate. Si sarebbe addirittura professato pagano, forse un modo di ricercare le radici viste le sue origini pellerossa. La polizia irrompe nella cameretta del diciottenne e trova delle prove inconfutabili: numerosi romanzi horror di Stephen King, vari cd metal, un diario nel quale sono riportate odi di Shakespeare e i testi dei Metallica! Quante persone del genere conoscete, magari nella vostra cerchia di amici?

Il 19 maggio 1994 Damien è condannato alla pena capitale, gli altri due al carcere a vita.

Alcuni anni dopo due registi indipendenti, accorsi sul posto per girare un film su un crimine che aveva scosso l'intera opinione pubblica statunitense, fanno alcune indagini sul campo. In poco tempo diventano strenui difensori dell'innocenza dei West Memphis Three, come vengono chiamati, e girano un documentario, Paradise Lost: The Child Murders at Robin Hood Hills, che riporta il caso all'attenzione generale sollevando dubbi inquietanti. Vari cantanti (non solo metal) cominciano ad indossare durante i concerti magliette che proclamano "Free The West Mepmhis 3", tra loro Queen Of The Stone Age, Nashville Pussy, Slipknot, Metallica, Black Flag, Joe Strummer, Eddie Vedder dei Pearl Jam. Al caso viene dedicato un sito che segue la vicenda giudiziaria.

Nel braccio della morte Damien Echols scrive poesie:
Ragazzine adolescenti
senza esperienza della vita
e ragazzini che
si fanno chiamare punk
sono sulla mia radio
a cantare di
quanto dolore hanno sopportato
e quanto dure
sono le loro vite
Dopo tredici anni di prigione, Damien ha coronato un piccolo sogno: è coautore di un testo di una canzone dell'ultimo album dei Pearl Jam, una canzone contro la guerra che si intitola Army Reserve. Andando a cercare chi diavolo fosse questo D. Echols che firmava il testo insieme a Eddie Vedder, ho scoperto oggi la sua storia. Credo che avrebbe preferito rimanere un oscuro e generico metallaro dell'Arkansas. Magari adesso ascolterebbe Bon Jovi.

25 aprile 2006

C'est Genève

Tre anni fa in inter-rail tra Vienna, Bratislava, Cracovia, Berlino abbiamo camminato per le stesse strade, viaggiato sugli stessi treni sui quali è nato un bellissimo libro di viaggio, È Oriente di Paolo Rumiz. Quel libro l'ho letto proprio durante quella vacanza, potendo vedere dal vivo, ad esempio, il quartiere operaio di Cracovia che i comunisti avevano costruito per contrastare il carattere ribelle di quella città troppo intellettuale e indipendente agli occhi del regime. L'eccezionalità dello scrittore di viaggio è la capacità di raccontare, a partire da un episodio che a noi comuni mortali passerebbe del tutto inosservato, un pezzo di Storia o la vita di una città meglio di mille libri "ufficiali".
Naturalmente viaggiando negli stessi luoghi vedendo le stesse cose, incontrando le stesse persone, io non sarei riuscito a scrivere neanche una pagina. È per questo che qualcuno fa lo scrittore e qualcuno l'informatico...

Non che io voglia, quindi, provare a fare qualcosa di simile con Ginevra, la città dove sto vivendo in questi ultimi mesi e che è il posto dove ho passato più tempo dopo Firenze e dintorni. Voglio solo mostrarvi, con l'aiuto di qualche immagine, una città che a prima vista può sembrare fredda, bruttina, piena di banche e di negozi che vendono oggetti kitsch tremendamente costosi, coltellini svizzeri e orologi a cucù, ma che conoscendola meglio può riservare qualche sorpresa. Il "punto d'osservazione privilegiato" è una ridente casetta circondata da un giardino fiorito, proprietà di due simpatici signori greci che mi affittano il seminterrato. In questo momento i padroni sono a casa in Grecia e il bellissimo giardino è tutto per me.

Casa a Ginevra


Il motivo per cui mi trovo da queste parti è, come probabilmente sapete, una specie di dottorato al CERN. Nei prossimi giorni mi arriverà la risposta e saprò se sono stato definitivamente preso. Nel frattempo passo le giornate a combattere contro un costoso sistema software proprietario con il quale, tutti ne sono convinti, verranno controllati gli enormi apparati sperimentali oggi in costruzione. A volte mi capita persino di entrare, con tanto di camice bianco e cuffia nelle "camere pulite" dove viene montato il tracciatore di CMS... la cuffia è prontamente riutilizzata in cucina (i capelli lunghi, si sa, rischiano di finire dappertutto).

Dalla scienza alla cucina

Ma tornando a Ginevra, dicevamo che non è proprio la città più bella del mondo, né è famosa per la vita notturna. Sarebbe insomma una città decisamente triste ed anonima se non fosse per il lago. Il Lac Léman, che i ginevrini si ostinano però a chiamare Lac de Genève, proprio a Ginevra si chiude nel Rodano mentre a est continua sulla sponda svizzera verso Losanna e Montreux, su quella francese verso Évian. Quando non se ne può più del panorama delle mille banche o dell'architettura completamente aleatoria della cattedrale che fu di Calvino si può sempre rivolgere lo sguardo verso il lago e verso le montagne che lo circondano: è uno spettacolo che non stanca mai.

Lago di Ginevra


Se Ginevra è considerata la seconda città più vivibile del mondo (dopo Zurigo) il merito non è sicuramente degli orari dei supermeracati, ma probabilmente anche dei parchi.

In fila nel parco

dove si può trovare anche la tranquillità necessaria per meditare

Meditazione nel parco


Nonostante la pulizia quasi maniacale, dovuta però più che alla civiltà degli abitanti ad un efficientissimo sistema di pulizia di strade e marciapiedi, Ginevra è comunque molto distante dai soliti clichè sulla Svizzera che abbiamo noi italiani. Soprattutto è una città dove più della metà degli abitanti viene dall'estero, una città veramente internazionale dove sull'autobus si sentono parlare moltissime lingue diverse mentre accanto al signore africano in giacca e cravatta e con la ventiquattr'ore si siede la ragazza punkabbestia con la cresta verde e il cane senza guinzaglio. Solo che (siamo pur sempre in Svizzera) il cane è pulitissimo e la punkabbestia augura educatamente bonne journée all'anziana signora seduta davanti a lei, che non si scandalizza minimamente e non comincia nessun discorso su com'è ridotta la gioventù al giorno d'oggi...

Sull'autobus 9

La Svizzera rimane comunque un paese di grandi contraddizioni: spacciata da qualcuno per democrazia avanzata solo perché si fanno i referendum anche per decidere dove costruire un nuovo centro sportivo, è in realtà un paese dove le donne hanno ottenuto il diritto al voto nel 1971. Paese di pace, che non ha preso parte a nessuna guerra negli ultimi secoli, sede di organizzazioni internazionali e punto d'incontro per i negoziati tra eterni nemici, la Svizzera ospita nelle sue banche i soldi dei peggiori criminali di guerra di tutto il mondo e in un certo senso può permettersi il suo status di isola felice isolata e isolazionista anche grazie a questa complicità. La neutrale Svizzera è un paese con un esercito sempre pronto a tutte le evenienze dove tutti i cittadini maschi devono prestare un servizio militare obbligatorio prolungato (per le donne invece il servizio militare è volontario). Gli svizzeri vengono richiamati per esercitazioni nell'esercito per tre settimane all'anno fino ad almeno 30 anni.

Manifesti Affairesmilitaires

In Svizzera, secondo una legge del 1970, ogni cittadino deve possedere un posto in un rifugio antiatomico. Il mirabile risultato è che in caso di catastrofe nucleare la Confederazione potrebbe mettere al sicuro il 110% della propria popolazione.
Nel caso di una guerra nucleare solo gli svizzeri potranno salvarsi e a Ginevra, novella arca di Noè, alcuni "esemplari" di tutti i popoli della Terra sopravvivranno alla catastrofe scongiurando così il pericolo di un noiosissimo mondo dove gli elvetici sono gli unici superstiti. Quando Bush proporrà di utilizzare preventivamente l'atomica contro l'Iran, potete fare un salto a casa mia e cercherò di ospitarvi in questo comodo rifugio.

Rifugio antiatomico

All'interno ci dovrebbe essere tutto il necessario per sopravvivere e ricominciare una nuova vita il day after: in realtà dato che i padroni di casa (rischiando multe salatissime in caso di controlli) lo utilizzano come cantina, l'unica soluzione sarà ubriacarsi per dimenticare.

Rifugio enoteca