31 ottobre 2010

Viaggio a Itaca



Una famosa poesia di Kavafis tradotta in catalano da Carles Riba e musicata da Lluís Llach.

Quan surts per fer el viatge cap a Itaca,
has de pregar que el camí sigui llarg,
ple d'aventures, ple de coneixences.
Has de pregar que el camí sigui llarg,
que siguin moltes les matinades
que entraràs en un port que els teus ulls ignoraven,
i vagis a ciutats per aprendre dels que saben.

Tingues sempre al cor la idea d'Itaca.
Has d'arribar-hi, és el teu destí,
però no forcis gens la travessia.
És preferible que duri molts anys,
que siguis vell quan fondegis l'illa,
ric de tot el que hauràs guanyat fent el camí,
sense esperar que et doni més riqueses.

Itaca t'ha donat el bell viatge,
sense ella no hauries sortit.
I si la trobes pobra, no és que Itaca
t'hagi enganyat. Savi, com bé t'has fet,
sabràs el que volen dir les Itaques.

Quando parti per fare il viaggio verso Itaca,
devi pregare che il cammino sia lungo
pieno di avventure, pieno di conoscenze.
Devi pregare che il cammino sia lungo,
che siano molti i mattini
che entrerai in un porto che i tuoi occhi ignoravano
e che andrai nelle città per imparare da quelli che sanno.

Tieni sempre nel cuore l'idea di Itaca.
Devi arrivarci, è il tuo destino,
però non forzare per niente la traversata
è preferibile che duri molti anni
che tu sia vecchio quando approderai all'isola
ricco di tutto quello che avrai guadagnato per via,
senza aspettarti che ti dia altre ricchezze.

Itaca ti ha dato il bel viaggio
senza di lei non saresti partito.
E se la trovi povera, non è che Itaca
ti abbia ingannato. Saggio come ti sei fatto,
saprai cosa significano le Itache.


19 giugno 2010

L'ultimo evangelista

Marco Valdo M.I. è una creatura letteraria, un eteronimo, ma anche una persona vera che, da quando è comparsa sul nostro sito di canzoni contro la guerra lo ha arricchito con numerosissime traduzioni francesi e bellissimi commenti. Spesso gli capita di dialogare con Lucien Lane, Lucien l'asino, che è a sua volta un eteronimo di Marco Valdo M.I. Queste sono le parole con cui hanno salutato uno dei più grandi scrittori dell'ultimo mezzo secolo. Non ne potevo trovare di migliori, mi sono limitato a tradurle.

Oh! Lucien l'âne, il mio amico equino, l'ungulato severo e sorridente allo stesso tempo, ti ricordi del Portogallo, dell'alentejano, della torre lassù a Lisbona, del dio monco, dei ciechi, del vasaio, di quel popolo finalmente lucido che non voleva votare, di quella scrittura sorprendente e meravigliosa e dell'uomo che la scriveva... Ti ricordi del tempo dei garofani? Per dirla tutta, ti ricordi di José e di quella volta che l'hai portato sul dorso per condurlo a Lisbona un giorno di rivoluzione, tu che hai portato tanta gente nel corso dei secoli... Di quel José che fu falegname e fabbro, di quel José che, manovale intellettuale, anche lui, rivoluzionò la punteggiatura dei romanzi... José che ci insegnò gli eteronimi, José, l'ultimo evangelista e senza dubbio il più vero.

Eccome che me ne ricordo... Era un tempo irragionevole, i carri armati si fermavano ai semafori rossi, i fiori spuntavano dai fucili, il popolo era in festa e i soldati pacifisti. Un gran momento, credimi. E lui, l'evangelista, era come tutti gli altri: felice. Mi ricordo anche che hai scritto una canzone, e le hai dato il titolo di un suo romanzo, "L'assedio di Lisbona". Mi ricordo...

Ebbene, José l'evangelista ci ha appena lasciati. Non scriverà più.

Cosa? Come? Quando? Proprio adesso, oggi... che terrore mi prende d'un tratto... Sto tremando, sono completamente sconvolto.

Ah, Lucien, il mio amico asino, riprenditi, per quanto triste la cosa era inevitabile, come lo sarà per noi. Il gioco delle ombre è finito, il filosofo ha lasciato la caverna. La morte, vecchia compagna, eroina d'uno dei suoi ultimi romanzi non gli ha indirizzato nessuna lettera di colore viola, è venuta direttamente a parlargli d'amore. Gli ha detto, come allo Zio Archibald di Georges Brassens: « È da tanto tempo che ti amo, e il nostro bello sposalizio era previsto fin dal giorno che ti han battezzato. Se ti stendi fra le mie braccia allora la vita ti sembrerà più facile, sarai fuori della portata dei cani, dei lupi, degli uomini e degli imbecilli.». È tutto quello che gli auguriamo.

24 maggio 2010

Cantares


Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre la mar.

Nunca perseguí la gloria,
ni dejar en la memoria
de los hombres mi canción;
yo amo los mundos sutiles,
ingrávidos y gentiles,
como pompas de jabón.

Me gusta verlos pintarse
de sol y grana, volar
bajo el cielo azul, temblar
súbitamente y quebrarse...
Nunca perseguí la gloria.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.

Caminante no hay camino
sino estelas en la mar...

Hace algún tiempo en ese lugar
donde hoy los bosques se visten de espinos
se oyó la voz de un poeta gritar:
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar...»
Golpe a golpe, verso a verso...

Murió el poeta lejos del hogar.
Le cubre el polvo de un país vecino.
Al alejarse le vieron llorar.
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar...»
Golpe a golpe, verso a verso...

Cuando el jilguero no puede cantar,
cuando el poeta es un peregrino,
cuando de nada nos sirve rezar.
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar...»
Golpe a golpe, verso a verso.
Tutto passa e tutto resta,
però il nostro è passare,
passare facendo cammini,
cammini sopra il mare.

Mai cercai la gloria,
né di lasciare nella memoria
degli uomini la mia canzone,
io amo i mondi delicati,
lievi e gentili,
come bolle di sapone.

Mi piace vederli dipingersi
di giallo e scarlatto, volare
sotto il cielo azzurro, tremare
improvvisamente e scoppiare...
Mai cercai la gloria.

Viandante, sono le tue orme
il cammino e niente più;
viandante, non c'è cammino,
si fa il cammino camminando.

Camminando si fa il cammino
e voltando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai
si deve tornare a calpestare.

Viandante non c'è cammino,
ma solamente scie nel mare...

Un tempo in questo luogo
dove oggi i boschi si vestono di biancospino,
si udì la voce di un poeta gridare
«Viandante non c'è cammino,
si fa il cammino camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

Morì il poeta lontano dal focolare.
Lo copre la polvere di un paese vicino.
Allontanandosi lo videro piangere.
«Viandante non c'è cammino,
il cammino si fa camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

Quando il cardellino non può cantare.
Quando il poeta è un pellegrino,
quando non ci serve a nulla pregare.
«Viandante non c'è cammino,
il cammino si fa camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

Antonio Machado e Joan Manuel Serrat, Cantares. (1912/1969)


07 novembre 2009

Et dona ferentes

Google + Linux

Mi scuso per questo articolo vagamente tecnico, ma credo che possa contribuire a un dibattito interessante. Neanch'io ho un'opinione netta in proposito, e cercherò di presentare più punti di vista.

La discussione è scaturita durante i preparativi per il Linux Day pratese. Per pubblicizzare l'evento e farne la cronaca in diretta i linuxari pratesi si sono affidati a due servizi diventati ormai di uso quotidiano: Twitter, il servizio di microblogging che permette di “cinguettare” al mondo i propri pensieri, e Facebook, la soluzione vincente che è riuscita a trasformare internet in quello a cui da sempre era destinato: il regno del cazzeggio. La pura perdita di tempo e il farsi gli affari altrui infine vittoriosa su ogni altro utilizzo della rete sbandierato nel tempo (la ricerca scientifica, l'informazione, la discussione e finanche lo shopping)

Nessuna preclusione o senso di superiorità, verso questi strumenti, che comunque anch'io utilizzo (twitter no, o non ancora...) a volte anche con soddisfazione. Mi domandavo soltanto quanto fosse opportuno che un'associazione che per statuto promuove l'utilizzo del software libero si affidasse a dei servizi che liberi e aperti non sono per nulla. Non lo dico per un estremismo “freesoftwarista” inutile se non dannoso, che oltretutto non avrei nessun diritto di propugnare, dato che sul lavoro sono costretto ad utilizzare il malvagio Windows mentre sul mio portatile gira un proprietarissimo per quanto efficientissimo Mac OS X. Volevo invece partire da questa provocazione, per stimolare una riflessione sull'opportunità e forse la necessità di ripensare la concezione di software libero.

La definizione di software libero che il fondatore del movimento Richard Stallman ripeterà fino alla morte (che probabilmente lo coglierà mentre per la 2^18 volta ripete la sceneggiata di St IGNUcius con l'aureola in testa) richiede di soddisfare quattro libertà fondamentali:

  • Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo (chiamata "libertà 0")
  • Libertà di studiare il programma e modificarlo ("libertà 1")
  • Libertà di copiare il programma in modo da aiutare il prossimo ("libertà 2")
  • Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio ("libertà 3")

Quando queste libertà sono state formulate, non c'era dubbio che il software a cui ci si riferiva fosse quello che viene eseguito in locale sul nostro computer. Anche con l'avvento del Web non ci si preoccupò dei servizi forniti dai vari siti, motori di ricerca, server mail, eccetera. Non ci si pose nemmeno il problema di determinare se questi servizi fossero aperti, fu già una grande vittoria che il World Wide Web fosse nato utilizzando protocolli aperti e liberamente implementabili (in realtà proprio questa fu la ragione del successo del Web) .

A prima vista il discorso non fa una piega. Anche il più estremista partigiano del software libero non si rifiuta di utilizzare Google per principio, anche se il codice dell'algoritmo utilizzato da Google per effettuare le ricerche o per determinare il ranking (posizionamento nella lista dei risultati) di una pagina è tutt'altro che aperto ed anzi è gelosamente custodito e protetto dal più stretto segreto industriale.
Non lo consideriamo un problema, finché possiamo accedere a Google utilizzando un client (browser) libero, come ad esempio Firefox, che comunica attraverso un protocollo aperto quale http.

Ma qual è il futuro della nostra interazione con gli strumenti informatici? La tendenza, a detta di tutti, e per quanto possa fare Microsoft per cercare di impedirlo, è quella del Software As Service. Sempre di più l'esecuzione delle applicazioni che utilizziamo ogni giorno si sposterà dal sistema operativo al web. Naturalmente Google è il leader di questa tendenza, con applicazioni sofisticate come Gmail o Google Docs. Per permettere l'esecuzione di applicazioni nel browser web, originariamente pensato per visualizzare pagine statiche scaricate in una sola sessione da un server remoto, Google ha puntato sul potenziamento del linguaggio Javascript, pensato per introdurre piccoli elementi interattivi nelle pagine ma che ha ormai raggiunto a una tale velocità di esecuzione da poter competere con il codice compilato.

Per “migliorare l'esperienza web degli utenti” come amano dire a Google, BigG ha progettato e realizzato un nuovo browser web, Chrome, che sfrutta al massimo la tecnologia Javascript e che tende a ridurre l'interfaccia intorno alla pagina all'essenziale, secondo il design minimalista di Google. Il fine ultimo è di rendere il browser lo strumento base di interazione con il computer, che sostituisca la funzione che ormai in tutti i sistemi operativi moderni (compreso Linux) è svolta dalla metafora del desktop. Il punto interessante è che Chrome utilizza componenti provenienti dal software libero, tra cui lo stesso Firefox e il motore di rendering libero WebKit, che è alla base di Safari, il browser della Apple.

Chrome è stato rilasciato come software libero e la comunità open source è stata coinvolta nello sviluppo e nel miglioramento del prodotto. Tutto meraviglioso allora? Il movimento del free software deve essere grato a Google per questo e deve schierarsi con Mountain View nella guerra contro la perfida azienda di Redmond? Fermiamoci un attimo a ragionare e ricordiamoci i versi di Virgilio: Timeo Googles et dona ferentes, cioè “temo quelli di Google anche quando portano doni”.

Il prossimo passo di BigG è già stato dichiarato: il sistema operativo Chrome OS. Basato su Linux e quindi software libero, pensato originariamente per i piccoli netbook ma in prospettiva adatto a qualunque computer desktop o laptop, sarà un sistema operativo con una missione semplice: portare l'utente nel minor tempo possibile (pochi secondi) sul web.

Quindi kernel linux minimale, accordi con le maggiori case produttrici di hardware per fornire dei driver efficienti che permettano all'utente medio di interagire con stampanti, scanner, telefonini, iPod, iPhone e tutte le diavolerie che ci aspettano nei prossimi anni con il minor sforzo possibile. E soprattutto un sistema che permetta di lanciare immediatamente il browser (evidentemente Chrome) che ci proietterà sul web a velocità supersoniche permettendoci di accedere a Google, a tutti gli altri siti e a...

Sì certo, ma poi con questo computer cosa ci faccio, oltre a leggere il sito di Repubblica per sapere chi si è spogliato oggi, e per quale motivo, nobile o meno nobile? Come faccio a controllare la mia mail, a scrivere il documento di programmazione aziendale che il capo aspetta per domani, la ricetta della torta di mele o il mio prossimo romanzo? Come faccio a disegnare il grafico dell'andamento dell'occupazione per scoprire se mi manderanno in cassa integrazione questo mese o il prossimo? Con cosa la faccio la presentazione per illustrare la strategia innovativa per esportare il buisness della piadina romagnola in Cina? Dove salvo le foto delle vacanze a Sharm El Sheik e del viaggio di nozze alle Maldive?

La risposta è semplice: per guardare la posta utilizzerò Gmail, Google Docs fornisce un ottimo programma di videoscrittura, un foglio di calcolo tipo Excel, un gestore di presentazioni tipo Power Point. Per le foto c'è Picasa. I miei documenti staranno tutti sul web, accessibilissimi da qualunque postazione al mondo e protetti dalla sicurissima password con il nome della fidanzata, del cane o del canarino. Tutti questi programmi sono gratuiti, semplici da utilizzare, innovativi, affidabili.

Meraviglioso no? Comodo? Senz'altro. Migliore di Microsoft? Senza dubbio. Libero? Ehmmm...

Dipende.

Secondo la concezione classica sì. Utilizzeremo un sistema operativo libero (Chrome OS), un browser libero (Chrome). Quello che non è libero, è semplicemente un servizio. Come Google, come Yahoo, come repubblica.it, cnn.com, facebook, twitter o blogspot.

Ma dov'è il codice sorgente delle applicazioni che utilizzeremo? Dove sta la nostra libertà di utilizzarle per qualunque scopo, di modificarle, di ridistribuirle? Chi garantisce la privacy dei nostri documenti, tutti custoditi su grandi server da qualche parte in California o Google solo sa dove? Dove la nostra libertà di non essere sommersi da “intelligenti e poco invasive” pubblicità che scandagliano scientificamente le nostre abitudini, i nostri gusti, le nostre opinioni, inclinazioni e passioni con lo scopo di farci comprare quello che, secondo un sofisticato algoritmo, necessariamente desideriamo?

02 novembre 2009

Ancora cantiamo

alessandro santoro


Ieri don Alessandro Santoro, prete delle Piagge, sollevato dal vescovo per aver unito in matrimonio Sandra e Fortunato ha celebrato la sua ultima messa al centro sociale di via Lombardia.






Cita più volte questa canzone, don Alessandro Santoro. Ancora cantiamo, ancora sogniamo, ancora resistiamo, ancora andiamo avanti. Il peccato peggiore, dice, è quello di aggettivare le persone, di etichettarle. Quello è omosessuale, quello è transessuale, povero, quello è rom, straniero, immigrato, musulmano, diverso. Mentre nella sua esperienza, da quando quindici anni fa esatti arrivò in punta di piedi alla comunità delle Piagge, Alessandro ha incontrato molte persone, ognuna con una sua storia, un suo percorso, le sue battute d'arresto e la sua capacità di rialzarsi. Quelle persone che il vescovo Betori si è rifiutato di incontrare, sia prima che dopo questa decisione così platealmente ingiusta, presa dalle stanze dorate di un bel palazzo fiorentino. E quelle parole del Vangelo, lette ogni domenica in cattedrali, chiese e chiesette, suonavano infinitamente più vere in quel prato davanti ad una"baracca", interrotte dal frastuono degli aerei che atterrano, ascoltate da tantissime persone vere, variopinte e commosse.

04 ottobre 2009

Scuse tardive


Lo scorso 10 settembre, con la tempestività degna di un papa, il premier britannico Gordon Brown ha letto una dichiarazione di scuse ufficiali verso Alan Turing, uno dei più importanti scienziati del '900, uno dei padri dell'informatica.

Nel 1952 Turing aveva denunciato alla polizia un furto subito in casa grazie alla complicità di Arnold Murray. Durante l'indagine, Turing ammise di essere omosessuale e che Murray era stato il suo amante. Fu per questo imputato di "grave indecenza e perversione sessuale" (l'omosessualità era un reato nel Regno Unito dell'epoca), la stessa accusa contestata a Oscar Wilde più di cinquant'anni prima. Si difese affermando che non scorgeva niente di male nelle sue azioni. Fu condannato a un "trattamento ormonale" che gli causò importanti alterazioni fisiche (la crescita del seno) e l'impotenza. Morì misteriosamente due anni dopo, si dice per aver mangiato una mela avvelenata, come nella favola di Biancaneve, da lui adorata fin da bambino.

Questo fu il trattamento riservato dalla Gran Bretagna a una delle migliori menti del secolo, che aveva avuto un ruolo determinante nella vittoria sui nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

L'esercito tedesco utilizzava un complicato sistema crittografico, chiamato Enigma, che permetteva di trasmettere messaggi cifrati. La macchina crittografica somigliava a una normale macchina da scrivere in cui si digitava il messaggio cifrato. Un complicato sistema di tre dischi cablati con 26 contatti per lato (quante le lettere dell'alfabeto tedesco) permetteva, una volta posizionati i rotori secondo l'opportuna chiave, di ricostruire il messaggio in chiaro, le cui lettere venivano illuminate su un'apposita "tastiera luminosa" di output. La chiave cambiava ogni giorno secondo un cifrario segreto che veniva distribuito a tutte le postazioni dotate di Enigma. In realtà la chiave del giorno veniva utilizzata solo per trasmettere una prima parte convenzionale, che determinava poi la posizione dei rotori da utilizzare per decifrare il messaggio vero e proprio. Questa debolezza permise al matematico polacco Rejewski di sviluppare un metodo matematico che permetteva di ridurre i milioni di chiavi a "solo" 17.576. Questo numero ridotto rendeva il problema abbordabile in un tempo ragionevole e permise ai servizi segreti polacchi di costruire la macchina detta Bomba che provava le varie chiavi indovinando quella giusta.

In seguito i tedeschi perfezionarono il metodo e il lavoro di decrittazione fu trasferito agli inglesi.
Il giovane Turing si rese conto che poteva usare parole che sicuramente apparivano in un certo messaggio per decifrare la chiave del giorno. Per esempio alle 6 di mattina i tedeschi inviavano sempre un messaggio sulle condizioni meteo che sicuramente conteneva le parole "tempo", "sole", "nubi" eccetera. Basandosi su queste parole si poteva decifrare la chiave del giorno e quindi tutti i messaggi trasmessi nelle successive ventiquattro ore.

Grazie al lavoro del gruppo, gli inglesi conoscevano in anticipo gli spostamenti dei sottomarini tedeschi e potevano evitare la distruzione delle navi inglesi. Probabilmente senza questo lavoro di intelligence la guerra sarebbe durata qualche anno in più, e forse il suo esito avrebbe potuto essere diverso.

Ma questi meriti non salvarono il brillante matematico inglese dalla persecuzione, meno di dieci anni dopo.

Turing è passato alla storia per aver ideato il famoso test per determinare se una macchina sia in grado di pensare. Morì vittima non dell'intelligenza delle macchine, ma della stupidità degli umani.